Social Marketing

Strategie di mobile marketing: quali sono gli ultimi trend della comunicazione multicanale by luca nogara

Smartphone e tablet hanno frammentato il viaggio del consumatore che oggi si compone di migliaia di istanti che nascono, di volta in volta, da esigenze diverse e specifiche. Dallo ZMOT ai micro moments, come si progetta un percorso interattivo in chiave mobile che va a moltiplicare i punti di contatto tra brand e consumatori? Ecco alcuni suggerimenti utili per far crescere le opportunità di ingaggio e il fatturato sfruttando le potenzialità dello strumento tecnologico più personale di tutti: lo smartphone

fonte:  digital4.biz  . l'articolo originale  qui

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C'è la multicanalità e c'è la mobile experience. Sembrano la stessa cosa ma, in realtà, non lo sono. Gestire la mobile experience nell'era della multicanalità, infatti, significa tante cose: intercettare nuove esigenze, costruire diversi canali di relazione, progettare format di comunicazione più innovativi, immaginare touch point inediti atti a favorire le interazioni tra il mondo fisico e il mondo digitale, ragionare responsive per garantire che i messaggi siano sempre leggibili da qualsiasi dispositivo, il tutto analizzando scelte e feed back. 

Perché farlo è chiaro: l'Osservatorio Mobile B2C Strategy del Politecnico di Milano ha evidenziato come solo in Italia oggi una persona su due, in età compresa tra 18-74 anni, naviga in rete da dispositivo mobile. Prendendo a campione lo scorso novembre 2015, gli italiani presenti online sono stati 22.2 milioni: 18.4 milioni da device mobili e 12.2 milioni da desktop. In aumento anche il tempo trascorso in rete (1 h e 58 min.) con più del 70% di traffico generato da dispositivi mobili. Per il marketing questo è molto più di un target: è un business a capacità infinita, che si operi nel retail, nel manufacturing, nell'entertaiment, nei servizi, nelle utility o in qualunque altro settore. Non a caso la pubblicità in chiave mobile è salita del 53%.

Marketer, ma quanto sei phygital?

Studiare una strategia di mobile marketing efficace richiede una competenza multidisciplinare. Bisogna triangolare vision, tecnologie e skill, ragionando su due livelli: fisico e digitale. Rispetto alle strategie di marketing tradizionali, la differenza sostanziale sta nel fatto che i dispositivi mobili sono diventati dei punti di contatto strategici non solo perché le persone possono navigare, leggere i messaggi o gestire la posta elettronica. L’apertura delle e-mail da Mobile, ad esempio, è un fenomeno in rapida crescita. Secondo gli ultimi dati resi noti da Easysendy, infatti, è un’abitudine comune controllare il 90% delle proprie e-mail su uno smartphone, perciò è indispensabile sviluppare le newsletter aziendali e le campagne via e-mail progettando un design “mobile responsive”. Partiamo dal dato che, su 2,6 miliardi di utenti che usano le e-mail, 0,9 sono utenti desktop e 1,7 miliardi sono utenti mobile; riguardo l’open rate, è interessante osservare che nel settore abbigliamento il tasso di apertura da mobile è al 47%, mentre da desktop è al 53%. Nel travel & hospitality la differenza è ancora schiacciante e a favore del desktop, che arriva al 69%, contro il 31% delle aperture via mobile. Per quanto concerne le conversioni, i dati sono piuttosto simili (per esempio 70% desktop contro 30% mobile per il settore travel), tuttavia il dato sulle condivisioni delle e-mail fornisce un’informazione preziosa: gli utenti sono più propensi a condividere da mobile anziché da desktop. Infatti nel 2016 (il dato più recente), il 55% degli utenti ha condiviso da smartphone o tablet la mail ricevuta da un brand, e solo il 16% lo ha fatto da desktop.

Oggi, grazie all'uso di app ma anche di soluzioni come i qr code, i tag NFC o i beacon, smartphone e tablet consentono al marketing di innestare formule di ingaggio in cui il brand propone una call to action e il consumatore ha di fronte diverse opzioni. Questo significa saper progettare il customer journey usando non soltanto una combinazione di tecnologie per innescare l'ingaggio, ma anche di pianificare un palinsesto strutturato di azioni e di servizi associati al percorso fisico e digitale del cliente che si muove in un'area dinamica costituita da uno spazio fisico (off line) e da un universo digitale (on line).

Il tutto partendo da un presupposto fondamentale: una comunicazione di successo mobile ha bisogno di un web responsive design. Il mobile marketing deve tenere conto delle nuove tecniche di progettazione dei siti, in modo da garantire che i contenuti si adattino automaticamente al dispositivo da cui vengono letti. Senza entrare nel dettaglio significa utilizzare degli HTML adeguati al device, altrimenti i messaggi, per quanto risolti e funzionali dal punto di vista della grafica e della comunicazione, risulteranno illeggibili. 

Segue poi il tema più concettuale della call to action, legata alla progettazione di:

  • un format: banner, bottone, landing page, newsletter, SMS
  • una grafica adeguata, cioé accattivante e funzionale
  • un copy efficace, cioé ingaggiante e convincente
  • uno storytelling di riferimento, capace di creare un contesto di senso interessante
  • un percorso interattivo che va a moltiplicare i punti di contatto del brand sulla mappa del customer journey

In questo senso il marketing diventa phygital (physical & digital)

Zmot: non uno ma tantissimi micro moments

A questo proposito il Signore dei browser insegna. Google, infatti, dopo aver analizzato e identificato lo Zero Moments Of Truth (ZMOT) come istante cruciale nel processo che porta alla decisione d'acquisto, ha scoperto un altro tassello importante del customer journey: imicro moments. Il principio del ragionamento è semplice: smartphone e tablet hanno frammentato a tal punto il viaggio del consumatore che oggi si compone di migliaia di istanti che nascono, di volta in volta da esigenze diverse e specifiche.

Se lo Zmot rappresenta l’istante in cui allo stimolo segue la vera decisione che porta il consumatore a volersi impossessare di un certo bene, i micro moments sono quei momenti di interazione, per loro natura brevi e ripetuti, che moltiplicano la quantità di ZMOT rispetto al customer journey del cliente smartphone dotato.

Grazie alle peculiarità del Mobile, i brand possono studiare le loro nuove strategie di ingaggio, più precise e più personali che mai, trasformando i micro moments in punti preferenziali di contatto, che coprono qualsiasi tempo e qualsiasi luogo. Come deve cambiare l’approccio del marketing digitale per sfruttare questi momenti di interazione? Gli esperti di Google svelano il segreto: giocando di anticipo rispetto ai bisogni degli utenti, offrendo esperienze capaci di permanere nella mente del consumatore. Come? Secondo 4 regole fondamentali:

  1. Esserci Come? Moltiplicando la presenza nei diversi punti del Customer Journey, imparando a sfruttare una strategia convergente e integrata
  2. Essere utili Come? Dando ai consumatori contenuti per loro rilevanti. Content is the King vale anche in una strategia mobile
  3. Essere veloci Come? Garantendo una mobile experience intuitiva, fluida e rapida. Non ci devono essere punto di attrito o di freno
  4. Essere intelligenti Come? Misurando con precisione il ritorno delle campagne. Questo guiderà le successive scelte di comunicazione in base a dati accurati

Comunicazione bidirezionale: ascoltare per farsi ascoltare

Questa nuova bidirezionalità del mobile marketing obbliga a un ripensamento della comunicazione alla luce delle nuove possibilità offerte dai sistemi di tracciamento e misurazione dei comportamenti on line. Impression, numero di click, rapporto tra impression e click (CTR - Click Through Rate), quantità di lead o di vendite generate da un'azione di mobile marketing, ad esempio, aiutano a gestire tramite algoritmi e sistemi di analisi (Web Analytics) una serie di informazioni preziose per capire se l'andamento della strategia è più o meno efficace e intervenire in modo proattivo.

Oggi, ad esempio, l’utilizzo di tecniche di Lead Scoring consentono ai brand di analizzare le interazioni degli utenti, misurarle in ottica temporale attribuendo punteggi basati sul comportamento (behavior) e sui dati acquisiti (demographics) nelle diverse esperienze di contatto. La possibilità di comprendere in dettaglio il comportamento degli utenti giunge fino alla possibilità di predire azioni e attitudini successive, siano esse conversioni (funnel) che specifici eventi.

Le analisi aiutano a profilare al meglio gli utenti mobili e a definire servizi ad alto tasso di personalizzazione. Questo garantisce un grado di esperienza superiore, aumentando l'efficacia dell'interazione.

Uno dei vantaggi della digital transformation è che oggi esistono piattaforme per la gestione di tutti questi aspetti, che consentono di creare, distribuire e misurare le compagane di marketing in chiave mobile, risolvendo tutto il percorso della comunicazione multicanale dall'invio di un SMS alla condivisione sui social per arrivare alla pubblicazione on line di una landing page. Il tutto misurando le performance attraverso analitiche di dettaglio, secondo il miglior Big Data Management.

 

La fotografia del mobile commerce in Italia

Con una crescita del 63% rispetto al 2015, la spesa degli italiani in mobile commerce ha raggiunto, a fine 2016 (ultima rilevazione disponibile dell’Osservatorio Mobile B2C Strategy del Politecnico di Milano), quota 3,3 miliardi di euro triplicando in due anni il suo valore. Oggi arriva a pesare per ben il 17% sul giro d’affari complessivo del commercio elettronico nel Belpaese, e in alcune realtà la percentuale sale addirittura al 50%. Sul fronte dei prodotti commercializzati giocano un ruolo fondamentale sia i siti con modelli di business in cui conta l’istante d’acquisto (ad esempio i siti di “flash sales”) sia le iniziative (in primis in marketplace) che hanno investito per offrire una customer experience semplice ed efficace, ottimizzata per il canale mobile. A livello di servizi, è preponderante l’acquisto di biglietti di trasporto (aerei e ferroviari) e la prenotazione di alloggi (in hotel e case private). In generale, però, sottolineano gli esperti del Polimi, cresce la familiarità degli utenti verso gli acquisti da smartphone e tablet, con prospettive di sviluppo interessanti per tutti i settori.

Come e perché la trasformazione digitale impone una nuova cultura aziendale di sicurezza by luca nogara

Per Gartner entro 3 anni il 95% degli attacchi sarà colpa dei comportamenti sbagliati degli utenti. Il costo? Nel caso del furto di dati sensibili, la sanzione amministrativa oggi va da 10mila a 120mila euro. Bissel (Accenture): occorre un approccio specifico per ogni settore che tuteli l’intera catena del valore. Bechelli (Clusit): il digitale impone una comprensione più ampia dei vantaggi, ma anche dei rischi del cyberspazio

fonte:  digital4.biz  . l'articolo originale  qui

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La trasformazione digitale offre un livello di comunicazione e di interazione che non ha precedenti nella storia. Il fenomeno dell'omnicanalità riguarda le 6C di un'utenza globale: Colleghi, Collaboratori, Competitor, Clienti, Cittadini e Consumatori... Gran parte della popolazione oggi è connessa: smartphone-dotata, ma anche tablet-dotata e pc-dotata. La consumerizzazione dell'IT ha portato i dipendenti a utilizzare con disinvoltura schermi touchscreen e menu di navigazione. Crescono le installazioni interattive: totem, chioschi, tavoli, specchi, pareti portano a bordo una nuova intelligenza applicativa. Tutto questo senza corsi di formazione aziendale perché a vincere è un passaparola bimodale (off line e online). 

L'abitudine a utilizzare Internet in tutte le sue forme ha inaugurato l'economia delle App, favorendo anche una più immediata comprensione dei vantaggi associati al cloud. Con tutte le conseguenze annesse e connesse.

Secondo Gartner da qui al 2020 il 95% degli attacchi alla sicurezza sarà colpa dei comportamenti sbagliati degli utenti (Fonte: Gartner Top Prediction for IT Organizations and Users for 2016 and Beyond). Gli analisti puntano l'attenzione sull'ingenuità delle persone che, deviate dai vantaggi e dalla semplicità delle tecnologie, non si rendono conto dei rischi e nemmeno conoscono le regole base della sicurezza rispetto alla gestione delle identità e degli accessi. Dal furti di dati alla paralisi dell'attività, lo scotto da pagare è ormai noto e dovrebbe far riflettere l'intero board aziendale.

Prendiamo il caso di un’organizzazione che in Italia subisca un attacco informatico da parte di alcuni hacker che riescono ad accedere ai dati sensibili e a diffonderli via web. Al momento, se gli interessati fanno ricorso al Garante della Privacy e si scopre che il titolare del trattamento (l’azienda) non aveva adottato le misure minime di sicurezza per la protezione dei dati, prescritte all’art. 33 del Codice della Privacy (CDP), la sanzione amministrativa va da un minimo di 10.000 euro a un massimo di 120.000 euro, comminati dal Garante e senza passare dall’autorità giudiziaria, ex art. 162 c. 2-bis CDP. In sede di giudizio penale la sanzione va a sommarsi  all'Ex art. 169 CDP per cui è previsto l’arresto fino a 2 anni (a questo link, la tabella di dettaglio)

Ma le aziende sanno quanto costa il cybercrime?

Quanto costa il cybercrime alle aziende? Gli analisti parlano di 11,7 milioni di dollari per azienda, con un aumento del 23% rispetto ai 9,5 milioni di dollari registrati nel 2016 e del 62% nell’ultimo quinquennio (Fonte: “Cost of Cyber Crime Study” - Accenture e Ponemon Institute, Settembre 2017). In media un’azienda subisce 130 violazioni all’anno (+ 27,4% rispetto al 2016) che si traducono in infiltrazioni nella rete o nei sistemi aziendali.

Kelly Bissell, Managing Director di Accenture Security"È necessario che le organizzazioni adottino una strategia di sicurezza dinamica e agile - afferma Kelly Bissell, Managing Director di Accenture Security -, che costruisca resilienza dall’interno e non si focalizzi sulla difesa del perimetro. Occorre inoltre un approccio che sia specifico per ciascun settore e che tuteli l’intera catena del valore dell’azienda. Le conseguenze del cybercrime che le aziende subiscono a causa dei crimini informatici sono sempre più costose e devastanti, sottolineando l’importanza crescente di una pianificazione strategica e di un monitoraggio costante degli investimenti in sicurezza”.

Riportata ai suoi fondamentali, la questione è semplice: la gestione della sicurezza associata alla trasformazione digitale oggi non può essere più scaricata solo sui CIO o sui CISO che, facendo conto dei budget messi a loro disposizione, fanno miracoli per garantire la business continuity, la tutela dei dati e la protezione delle risorse aziendali.

Serve una consapevolezza più ampia e funzionale di cosa significhi risk management nell'era della trasformazione digitale, della Web Economy, delle aziende liquide e di tutti quegli orizzonti di servizio in continuo divenire che portano più fatturato ma anche più margini di rischio. È ora di lavorare a livello utente, offrendo un po' più di cultura ma anche soluzioni più puntuali in caso di perdite di dati e di fermi informatici. Serve maggiore consapevolezza a tutti i livelli dell'organizzazione.

Quando il cloud è l'abilitatore della trasformazione digitale

Luca BechelliLa questione è che non c'è trasformazione digitale senza una governance delle infrastrutture e dei servizi. L'uso del cloud, ad esempio, cresce perché economicamente più comodo, ma quasi 7 aziende su 10 nutrono ancora molte riserve. Secondo l'Osservatorio Cloud e ICT as A Service del Politecnico di Milano il 67% delle imprese indica come principale fattore di inibizione la sicurezza e la privacy.

Eppure la sicurezza viene ancora considerata una componente addizionale perché le aziende seguono ancora un approccio banalmente costruttivo: prima creo l'infrastruttura e dopo penso alla sicurezza. Questa protezione non nativa, però, ha un impatto notevole sulle aziende.

"L’Italia è uno dei Paesi in cui c’è una percentuale di adozione del cloud tra le più alte in Europa (siamo i secondi tra tutti i Paesi) - spiega Luca Bechelli, Membro del Comitato Tecnico Scientifico, CLUSIT e consulente indipendente per la sicurezza informatica -. Eppure, rispetto al cloud, ci sono ancora molti limiti a livello di vision. Le aziende che ricorrono a servizi cloud, spesso non lo fanno nel modo corretto. A questo si aggiunge il problema dello shadow IT. Quante volte i nostri colleghi, in buona fede, si portano il lavoro a casa inviando una mail d’ufficio sul proprio account privato o caricandosi su un servizio di file sharing il lavoro (magari perché non gli abbiamo fornito un’alternativa aziendale valida per fare questo mestiere)? Da qui le preoccupazioni principali delle aziende: da recenti studi è emerso che il 64% delle aziende sono preoccupate di non sapere dove sono dati importanti, perché hanno perso di vista il modo in cui le informazioni viaggiano. Insomma, lo scenario effettivamente caratterizzato da molti problemi e da un approccio disfunzionale. La questione è che l’attaccante può essere qualcuno che sta a centinaia di km da noi, ma la maggior parte degli attacchi oggi si determina perché l’utente fa click". 

 

Spostare la complessità non significa dimenticare la sicurezza

Vero è che il cloud rende talmente efficiente e facile agli utenti l’uso dei sistemi da fornire la percezione di una riduzione delle complessità e questo si traduce troppo spesso in un'adozione di pratiche povere dal punto di vista della sicurezza. Bisogna invece ricordare che la complessità c’è ancora: è solo stata spostata e l'azienda deve comunque preoccuparsi di gestire la sua parte. 

"Dall’altra parte vediamo che sono importanti le quote di altre tipologie di cloud - ribadisce Bechelli - quindi Software as a Service (SaaS) e Platform as a Service (PaaS), con modalità di servizi centrali per il funzionamento dell’azienda: CRM, ERP, amministrazione, la stessa software automation delle mail che spesso viene sottovalutata e dove si trovano i dati più critici dell’azienda perché per quanto noi pensiamo di metterli all’interno di repository protetti, poi li facciamo comunque circolare nelle varie versioni. Il tema degli endpoint che accedono al cloud non è più solo il pc, ma una serie di dispositivi fissi e mobili che vanno protetti e tutelati perché la sicurezza che potremmo denominare Agile, ancora non esiste. I dati Clusit sulla crescita del cybercrime si commentano da soli".

 

Come evidenzia Bechelli, anche le aziende che non sono in cloud sono ormai di fronte a un bivio: se sono in cloud i suoi partner, ad esempio, un'organizzazione che credeva di non essere in cloud può scoprire di esserlo.

"Dobbiamo capire oggi che la nostra azienda è cambiata - conclude l'esperto -: non ha neanche più senso parlare di azienda mobile, che lo è già per definizione dal momento che i nostri dipendenti hanno un cellulare e, trovando aperta la porta del server di mail, cominciano a scaricare la posta sul proprio device. A quel punto siamo già mobili e dobbiamo pensare in mobilità. La trasformazione digitale è un'evoluzione delle esigenze dei colleghi che vogliono essere mobili, agili e che interagiscono in molti modi con il resto del mondo: non solo dal pc blindato tradizionale, ma anche con altri media che possono essere vulnerabili ad attacchi e possono mettere in crisi l’operatività".

 

Insomma, aggiornare gli antivirus non è più sufficiente. Il board aziendale deve imparare a guardare l'azienda in modo molto diverso, andando ben oltre il tema del GDPR. La normativa che entrerà in vigore a maggio del 2018 ha il merito di aver l'attenzione sul tema della protezione dei dati offrendo l'opportunità di rivedere posizioni e policy, ma non risolve certo la totalità della governance. CFO, CEO, COO... tutti gli executive devono imparare a vivere la trasformazione digitale con una visione della sicurezza non solo più responsabile ma anche più lungimirante.

Philip Kotler spiega il nuovo marketing: «L'unica via per la crescita» by luca nogara

Il più noto esperto mondiale, in Italia in occasione del Forum che porta il suo nome, ha tenuto una lezione sul futuro del marketing, sostenendo che «la formula per la crescita dell'economia e del business è data da “Innovazione + Marketing”», e che le note 4P (Product, Price, Place, Promotion) sono ormai soppiantate dalle 5C (Customers, Company, Collaborators, Competitors, Context). E ha descritto il CMO di oggi: orientato ai dati e al ROI

 

fonte:  digital4.biz  . l'articolo originale  qui

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Arrivato in Italia per partecipare all’ormai consueto appuntamento annuale con il Philip Kotler Marketing Forum (PKMF), Philip Kotler, il guru riconosciuto a livello mondiale come il più grande esperto di marketing, ha tenuto incollato il pubblico con oltre due ore di lezione e riflessioni sul futuro del marketing. Un futuro che vede il marketing elemento imprescindibile della formula che, insieme all’innovazione, rappresenta l’unica via possibile per la crescita del business, soprattutto nell’era digitale della new economy.

La centralità del consumatore spinge a ripensare il marketing in ottica lean

Luca Pellegrini, Docente Ordinario di Marketing presso la IULMA precedere l’intervento di Kotler è stato il Professor Luca Pellegrini, Docente Ordinario di Marketing presso la IULM – Libera Università di Lingue e Scienze della Comunicazione, il quale, ammettendo ironicamente di sentirsi «come un prete di paese che deve accogliere il Papa», ha detto di Kotler: «non è solo uno dei grandi nomi del marketing, è lo studioso che più ha contribuito a fare del marketing una disciplina e che da molti decenni la ripensa e ripropone con lucidità».

«La centralità assunta oggi dal consumatore, in un ambiente molto competitivo, ha spinto il marketing a essergli sempre più vicino, per mantenere un rapporto di empatia in grado di generare risposte coerenti ai suoi nuovi bisogni», ha proseguito Pellegrini. «Il tema del PKMF di quest’anno [R-evolution marketing, approccio manageriale che mira alla riduzione e al recupero degli sprechi nei processi aziendali – ndr] è ancora una volta la dimostrazione di quanto Kotler sia attento al cambiamento e a come tradurlo in comportamenti aziendali. Il tema del lean marketing risponde infatti alla necessità di garantire la sostenibilità dei processi di produzione, ma forse ancora di più a una richiesta di trasparenza, di autenticità e di schiettezza che nasce dal rapporto sempre più diretto tra le imprese e le persone attraverso la rete e i social media».

Marketing + innovazione, la formula per la crescita del business

Dando quindi una piccola anticipazione dei temi che Kotler ha poi approfondito a lungo nel corso del suo intervento, il professor Pellegrini ha introdotto il guru mondiale che ha esordito in modo molto diretto parlando di economia e business: «il capitalismo sta distruggendo la democrazia e l’economia: gli stipendi bassi non sono una risposta a produttività e marginalità perché per “far girare” l’economia serve denaro “in mano” ai consumatori che possono così spendere», ha tuonato Kotler.

«L’economia non riflette la realtà, lo fa il marketing. Il business cresce attraverso il valore ed il marketing è quella componente che aiuta ad esprimerlo nell’economia», è la lezione di Kotler sul palco di Milano. «Per esprimere la crescita del business (e dell’economia) c’è una formula: innovazione + marketing».

Una formula dove l’innovazione, ha spiegato Kotler, deve essere considerata come disciplina della creatività (ossia va controllata e guidata) e rappresentare «la capacità di creare qualcosa che abbia un valore per qualcun altro», ed il marketing calato in un contesto aziendale dove si possa modellare una organizzazione basata sul cosiddetto CCDV: create, communicate, deliver, value. «Soprattutto sul fronte “value” - è la considerazione di Kotler durante la sessione di domande moderata da Alberto Mattiacci, Professore di Economia e Gestione delle imprese Università La Sapienza e Presidente della Società Italiana Marketing - oggi il CMO dovrebbe lavorare a stretto contatto con il CFO, cosa che in realtà accade molto raramente».

La relazione tra CMO e CFO, spesso si riduce ad un mero “check” nel processo di definizione del prezzo di un prodotto o di un servizio che l’azienda dovrebbe immettere sul mercato, pilastro del modello di marketing basato sulle 4P (Product, Price, Place, Promotion) che però lo stesso Kotler ha definito obsoleto.

Il modello di marketing delle 4P è obsoleto: è ora delle 5C

«Molte persone pensano che il marketing sia lo strumento di supporto delle vendite, attraverso advertising e promozione», ha spiegato Kotler. «In realtà, il marketing permette di identificare i target ed il mercato ed è quella disciplina che attraverso l’analisi e il planning permette di “dare vita” al CCDV, cioè crea, comunica e rende disponibile ad una community un valore superiore. Il marketing aiuta l’azienda (non solo le vendite!) a scoprire nuove opportunità di mercato e di business, nonché a identificare i bisogni ed i desideri insoddisfatti di una determinata clientela».

Una visione che mette quindi definitivamente in cantina il vecchio modello delle 4P per lasciare spazio alle nuove teorie che vedono il marketing basarsi sui pilastri delle 5C: Customers, Company, Collaborators, Competitors, Context.

Il nuovo marketing: riduzione degli sprechi e valore della community

 

«Le aziende devono capire che nella digital era, nella new economy, anche il marketing deve evolvere partendo dal riconoscere che oggi qualunque tipo di comunicazione, ricerca, acquisto, condivisione passa attraverso uno smartphone», sono le considerazioni finali che Kotler fa sollecitato dal professor Mattiacci. «Le persone sono connesse a livello globale e possono essere influenzate in molti modi differenti, non più solo attraverso l’advertising».

Per le aziende significa poter accedere a una miriade di dati nuovi di cui un singolo utente lascia traccia attraverso differenti touchpoint (acquisti con carta di credito, richiesta di informazioni, ricerca sui motori di ricerca online, chat con help desk, conversazioni sui social media, ecc.). «È il momento degli Analytics 2.0 – dice Kotler – grazie ai quali poter collezionare, correlare, analizzare ed avere informazioni da grandissime moli di dati in real-time e avviare così strategie di marketing automation che tengano conto del contesto, delle abitudini, delle preferenze, delle conversazioni degli utenti».

Nella visione di Kotler, il lean marketing si concretizza con l’utilizzo corretto delle tecnologie che permettono di ottimizzare gli sforzi delle attività di marketing massimizzandone i risultati. In particolare, il CMO deve concentrare gli sforzi su questi pilastri:

  • mobility (ricordarsi che oggi i consumatori prendono decisioni e compiono azioni attraverso un unico oggetto, lo smartphone);
  • dati (non ci si può più limitare ai dati delle vendite, anche se analizzati in tempo reale; i dati a disposizione per prendere decisioni più accurate vanno cercati su tutti i canali che permettono ad un brand di comunicare, relazionarsi, interagire e ingaggiare un utente);
  • social network e community (sono i tasselli fondamentali per la comprensione dei desideri e delle aspettative dei clienti nonché per la loro fidelizzazione)
  • contenuti (l’advertising puro da solo non basta più, serve creare un senso di appartenenza negli utenti attraverso storie ed esperienze inclusive, emozionanti, capaci di attrarre e trattenere a sé un utente nonché mantenere elevata la reputazione del brand);
  • marketing automation (la componente tecnologica che meglio esprime il valore del lean marketing e la sua efficacia, strettamente connessa ai dati, senza i quali rimarrebbe un mero strumento e non una strategia di azione);
  • qualità del servizio (da sempre al centro delle strategie di marketing, con il consumatore al centro diventa elemento differenziante del business)

Data Management Platform (DMP): cosa sono e come aiutano a raggiungere l'audience giusta by luca nogara

Marketing e comunicazione per poter essere efficaci devono focalizzarsi sempre di più sulla user experience e sulla personalizzazione dei messaggi e dei servizi offerti. È proprio per questo che sta crescendo l’utilizzo delle DMP - Data Management Platform, sistemi che aiutano le aziende a raccogliere e organizzare dati e informazioni relative agli utenti per poterle clusterizzare e analizzare, e ottimizzare così gli investimenti pubblicitari

fonte: digital4.biz - potete leggere l'articolo originale qui

Che i dati siano il pilastro portante delle aziende ormai è inequivocabile e indiscutibile. Ancor più importanti e strategici lo sono per le divisioni Marketing che necessitano di informazioni sempre aggiornate per definire i propri piani di azione, programmare l’acquisto di pubblicità o l’avvio di campagne promozionali o di comunicazione, ecc. 

Secondo quanto emerge dall’Osservatorio Internet Media degli Osservatori Digital Innovation del Politecnico di Milanolo spostamento dal semplice acquisto di spazi per la pubblicità verso la necessità di accedere a specifiche audience rende sempre più critica la raccolta e l’organizzazione di dati e informazioni che permettano di clusterizzare gli utenti per poterne analizzare bisogni e comportamenti e, di conseguenza, personalizzare al meglio le attività di marketing e comunicazione.  

A supporto di questo scenario, si osserva da più analisi un crescente utilizzo delle cosiddette DMP - Data Management Platform. Cosa sono le DMP? Si tratta di soluzioni tecnologiche che possiamo raggruppare in due macro-gruppi:

- quelle di natura più “tattica”, finalizzate all’ottimizzazione degli acquisti di spazi media rivolti a specifiche audience;

- quelle di natura più “strategica” il cui obiettivo è raccogliere dati e informazioni non solo per l’acquisto di spazi pubblicitari ma anche per altre attività di marketing e Crm di taglio più “business oriented”.

Quello delle DMP è un mercato complesso, non solo perché, come accennato, ci sono soluzioni differenti a seconda degli obiettivi che si intende raggiungere, ma anche perché si tratta di piattaforme che, in generale, richiedono un continuo aggiornamento e un vero e proprio cambiamento nella governance aziendale della gestione delle informazioni all’interno delle diverse funzioni/divisioni (senza contare che l’investimento iniziale non è banale). Tuttavia, i modelli cloud incentrati sul Software-as-a-Service hanno contribuito alla diffusione di queste tecnologie, tanto da spingere alcune società di analisi come ExchangeWire Research e Weborama a stimare che, entro il 2018, il 92% di agenzie media, inserzionisti e publisher europei implementerà una DMP (analisi che emerge dall’ultimo report “State of the European Data Management Platform market: media usage already mature, but the evolution is not complete”).  

Il messaggio giusto al momento opportuno al target più corretto: è ciò che vuole chi utilizza una DMP

Il campione europeo preso in esame da ExchangeWire Research e Weborama non può dirsi a valenza statistica (360 i professionisti interpellati in Uk, Francia, Spagna e Italia) ma ha il pregio di tracciare gli orizzonti di un trend che negli ultimi due anni ha registrato crescite interessanti anche nel nostro paese. Le DMP sono considerate tecnologie ormai indispensabili dalle aziende che hanno nella pubblicità una forza di propulsione per il business, ma stanno diventando strumenti strategici anche per attività di marketing e comunicazione più ampie dove il dato su clienti, consumatori, utenti diventa il vero asset.

In quest’ottica, ciò che rivela l’indagine europea è interessante: oltre il 75% di coloro che già utilizzano una DMP crea attraverso questi sistemi nuovi volumi di affari proprio grazie ai dati, o meglio, attraverso le campagne corrette, indirizzate al target giusto al momento opportuno (obiettivo raggiungibile solo attraverso il corretto utilizzo dei dati).

Quali dati raccogliere

Quanto alla tipologia di dati “necessari” al raggiungimento di questi obiettivi, una DMP dovrebbe essere in grado di raccogliere ed integrare qualsiasi tipo di dato ma, stando ai risultati europei dell’indagine condotta lo scorso anno, le aziende tendono a collezionare con più sistemicità quelli provenienti dai comportamenti degli utenti sul web (navigazione di siti e app, per l’87% degli intervistati) integrandoli con quelli già presenti nel proprio CRM (nel 64% dei casi). I dati provenienti dai social network iniziano ad entrare nel bacino di raccolta, integrazione e analisi di una DMP anche se con percentuali più basse (solo il 43% delle aziende prese in esame afferma di utilizzarli); è probabile che ne vedremo la crescita come fonte di alimentazione delle DMP nei prossimi 12 mesi.

Bot, assistenti personali e chatbot: il customer service nell'era dell’intelligenza artificiale by luca nogara

Software intelligenti stanno iniziando ad aiutare gli umani nelle interazioni con i clienti. Ma come? Cosa sono e come nascono i chatbot? In cosa si differenziano dagli assistenti personali digitali? Quali servizi permettono di offrire? Quali i vantaggi per le aziende? Ce lo spiega Paolo Cappello, della divisione Digital Interaction di Cefriel, il Digital Innovation and Design Shop collegato al Politecnico di Milano

fonte: digital4.biz - potete leggere l'articolo originale qui

Di chatbot sentiamo parlare sempre più spesso ultimamente, anche se non sempre è chiaro di cosa si tratta. Molti pensano che non si potrà più fare a meno di queste applicazioni per gestire le interazioni con i clienti. I detrattori, invece, sostengono che la tecnologia è ancora troppo immatura per soddisfare le richieste complesse di consumatori sempre più “esperti” e poco inclini alle attese.

Dai Robot ai Bot: una storia che ha radici lontane nel tempo

I chatbot rappresentano l’evoluzione dei cosiddetti personal digital assistant, gli assistenti personali digitali che da vent’anni aiutano gli utenti con interazioni “ricche” gestite da un bot. La parola “bot”, abbreviazione di robot, indica un programma che utilizza per le macchine gli stessi sistemi di comunicazione degli esseri umani. La loro nascita si deve al matematico inglese Alan Mathison Turing, che parla per la prima volta di intelligenza artificiale e di robot che si sostituiscono all’uomo nel lontano 1954. I bot non sono, quindi, cosa nuova. «Oggi – spiega Paolo Cappello, della divisione Digital Interaction di Cefriel, il Digital Innovation and Design Shop collegato al Politecnico di Milano – la tecnologia alla base dei bot è quella che permette alla macchina di interpretare il linguaggio parlato, il cosiddetto linguaggio naturale, unito ad algoritmi di intelligenza artificiale e autoapprendimento. Questi ultimi permettono al sistema di imparare dalle esperienze passate, evolvere e migliorare la propria accuratezza nel fornire risposte o servizi in maniera autonoma».
Nell’ultimo decennio i bot hanno iniziato a farsi conoscere dal pubblico. Famoso è IBM Watson, ma Big Blue non è la sola ad aver investito sulla tecnologia in questione. Clippy, la graffetta interattiva di Office 97 era uno dei primi esempi di bot nella forma di assistente digitale, peraltro piuttosto invadente, che oggi proliferano: Siri (Apple), Cortana (Microsoft), Google Now, Alexa (Amazon)… sono tutti software che, grazie alla capacità di saper interpretare il linguaggio naturale, migliorano la vita degli utenti. Gli assistenti digitali sono in grado di interpretare comandi vocali e in questo differiscono dai chatbot che, invece, rispondono a input di testo.

Cosa sono i chatbot?

I chatbot sono applicazioni che integrano i bot all’interno dei software di instant messaging e che si compongono di diversi elementi: l’interfaccia utente (app di chat) si integra con i servizi di elaborazione del linguaggio naturale (e gli algoritmi di intelligenza artificiale/autoapprendimento) da un lato e con il backend dell’azienda sul quale risiedono i dati da rielaborare in tempo reale dall’altro.
La prima piattaforma a introdurre questo tipo di interazioni è stata Telegram, nel giugno 2015, seguita da Skype, iMessage e WeChat. L’ultima è stata Facebook Messenger, che ha aperto la propria piattaforma alla tecnologia chatbot circa un anno fa. Da allora, però, il numero di chatbot su Facebook Messenger è andato crescendo a ritmi vertiginosi e oggi ha raggiunto quota 33mila.

Quali sono i vantaggi?

«Sicuramente la velocità e la facilità d’utilizzo - spiega Cappello -. I clienti apprezzano la possibilità di ricevere un supporto in qualsiasi momento, anche durante la notte o le feste comandate, ovunque si trovino e in tempo reale». 
Per le aziende questa opzione rappresenta un modo, tutto sommato economico, per fornire un’assistenza 24x7 ai propri clienti, sfruttando un canale di visibilità del proprio brand aggiuntivo e molto utilizzato. L’uso di questi strumenti non richiede nessuna sottoscrizione, registrazione preventiva o login… ormai sappiamo quanto è difficile ricordare username e password e la possibilità di accedere a questi servizi direttamente dalla pagina Facebook di un brand (o dal suo sito web) è particolarmente apprezzata. Si tratta, quindi, di un elemento del cosiddetto “social customer care” che negli ultimi anni assume un ruolo sempre più importante nelle strategie di vicinanza al cliente. Secondo una recente ricerca Microsoft, il 97% dei consumatori utilizza i servizi di customer care erogati attraverso i social nel processo decisionale d’acquisto e il 60% di chi lo ha provato afferma di aver cambiato azienda dopo aver riscontrato un’assistenza scadente. Un’indagine di BI Intelligence stima che sono oltre 10mila le aziende che nel 2016 hanno iniziato a sviluppare chatbot e che nel 2020 l’80% dei brand utilizzerà queste piattaformeGartner, invece, prevede che già entro fine anno solo 1/3 delle interazioni dei servizi di customer care richiederà obbligatoriamente l’interazione umana, mentre la quota rimanente potrà essere sostituita da servizi automatizzati che sfruttano l’intelligenza artificiale.

I vantaggi di una soluzione chatbot

Fonte: Cefriel

Come scovare un servizio chatbot

Per entrare in contatto con il servizio di chatbot di un’azienda su Messenger sarà sufficiente cercare il suo nome nella barra di ricerca dell’app stessa o cliccare un link visualizzato online che, generalmente, è strutturato come m.me/nomeazienda. Su Telegram, invece, sarà sufficiente digitare nella barra di ricerca @nomeazienda. Ma servizi di questo tipo sono disponibili anche per Slack o WeChat.

Come creare un chatbot

Sul web è possibile trovare servizi che permettono di creare assistenti virtuali e chatbot anche se si hanno scarse conoscenze della materia. Tra i più noti, Motion AI, MindIQ, BotChief o Rebotify. Generalmente, la loro costruzione è un processo di tipo grafico (drag-and-drop) che prevede il collegamento in cascata di una serie di moduli di domande e risposte tra loro interrelate.

«In futuro – conclude Cappello – gli sviluppi più promettenti di questo tipo di applicazioni riguarderanno gli assistenti domestici come LG Smart Hub Robot e Olly Emotech, che riconoscono l’utente e, nel caso di Olly, ne percepiscono l’umore sulla base dell’analisi del tono di voce. Interessante anche il mercato degli assistenti personali alla guida. Sperimentazioni in questo ambito arrivano dai Watson Conversation Services di IBM e da Toyota Yui, che instaurano un legame personale con il guidatore, ricordandogli fatti accaduti nei viaggi compiuti in passato e lavorando sul livello di emozioni percepito».

Gli utilizzi delle chatbot

Una distinzione fondamentale dei chatbot è legata alle loro finalità. In questo senso, sono quattro le applicazioni più rilevanti:

 

Commerce bot

Si tratta di applicazioni che permettono di navigare, visionare e acquistare prodotti senza mai abbandonare il programma di chat. Un esempio è il servizio di eCommerce su Messenger della casa di mode britannica Burberry oppure 1-800-Flowers, società americana che vende e consegna composizioni floreali solo tramite chatbot su Messenger.

Customer service bot

Sono servizi attivi 24x7x365 pronti a rispondere alle richieste dei clienti, gestire i reclami e fornire informazioni rilevanti ai fini del supporto alle vendite o alle attività post-vendita. TrackBot, disponibile su piattaforma Messenger, permette di tracciare pacchi e spedizioni di praticamente tutti i corrieri del mondo come DHL, SDA, Bartolini, GLS, UPS e TNT.
Nel panorama dei chatbot impiegati nell’assistenza clienti, si possono poi distinguere 3 sottocategorie. I front-end bot sono conversazioni intrattenute tra i clienti e algoritmi intelligenti di risposta automatica; i bot-assisted agent fanno riferimento, invece, all’interazione del cliente con un operatore (una persona) supportata o abilitata dalla tecnologia bot. Esiste, poi, una forma ibrida, che prevede un’interazione iniziale completamente automatizzata (in cui il chatbot cerca di guidare l’utente verso un albero di possibili risposte pre-configurate) e qualora il cliente non si ritenga soddisfatto lo indirizzi verso una conversazione “live” con un operatore.

Content bot

Sono chatbot che consentono agli utenti di accedere ad avvisi, news o informazioni personalizzate da un feed come quelli realizzati dal canale televisivo americano CNN o da YahooWeather, che inviano messaggi push agli utenti per aggiornarli sulle ultime notizie o su un’allerta meteo.

Event bot

Le aziende che organizzano o gestiscono per conto di altri eventi con una durata limitata nel tempo e un notevole afflusso di persone (una fiera o un concerto, per esempio) potranno trovare conveniente creare un servizio di chatbot mirato agli utenti/partecipanti, attivo solo per il tempo necessario. Esempi di questo tipo sono Eva per la piattaforma Slack o Concierge EventBot per Telegram.

Advertising, è finito il tempo dell’integralismo digitale by luca nogara

Molte previsioni sul Marketing di pochi anni fa non si sono realizzate: la pubblicità televisiva non è affatto morta, e ci si è resi conto che lavorare in modo iper personalizzato non sempre ripaga. Oggi tradizione e innovazione convivono e per essere davvero distintivi serve focalizzarsi su creatività, capacità di raccolta e utilizzo dei dati, e assetti organizzativi coerenti. Il punto di Giuliano Noci, Ordinario di Marketing al Politecnico di Milano

fonte : digital4.biz. l'articolo originale del professor  Giuliano Noci

il Professor Giuliano Noci scrive:

Da più di 15 anni ormai mi occupo di analizzare e studiare i cambiamenti indotti dal cosiddetto mondo digitale nel mercato della pubblicità.
Lungo tutto questo periodo abbiamo registrato asserti e proclami, più o meno conclusivi, frutto di presunte certezze del momento; ad esempio, credo sia capitato a tutti voi sentire da autorevoli esponenti della comunità del marketing o di leggere che la pubblicità televisiva avrebbe subito un fenomeno di rilevante implosione, oppure che finalmente si sarebbe potuto fare comunicazione assolutamente personalizzata - diretta e mirata al singolo individuo - o ancora che il digitale sarebbe stato alla portata di tutte le imprese e avrebbe aperto opportunità di business a molteplici nuovi soggetti/ editori: la cosiddetta democrazia diretta della rete.
La progressiva diffusione di Internet, infatti, l’affermarsi progressivo dei device digitali - smartphone in primis - e gli stessi cambiamenti delle esperienze mediali degli individui – sintetizzabili nelle cosiddette 4M (Mobile, Multichannel, Multitasking, Multi-screen) - non hanno fin qui, nei fatti, confermato quelle certezze che sembravano dar corpo alle consapevolezze di cui sopra.

La TV non è morta: non solo perché si è evoluta profondamente (da mezzo di trasmissione lineare a oggetto in grado ormai di lavorare sia in logica push che pull sul fronte dei contenuti nonché della personalizzazione della proposta di contenuti) ma anche perché rappresenta ancora oggi lo strumento migliore e più efficace se si voglia lavorare in funzione di un obiettivo di riconoscibilità della marca.
Allo stesso modo, ci si è resi conto che lavorare in modo iper personalizzato (con segmenti di piccolissime dimensioni fino a collassare con il singolo individuo) non sempre ripaga; la fama aggiunge valore a un brand e per conquistarla è ancora oggi necessario/opportuno veicolare una comunicazione capace di catturare la pubblica immaginazione e, per questo motivo, è importante lavorare in una logica di broadcasting. Non si è d’altro canto rivelata tale proprio la cosiddetta democrazia della rete: ad oggi, Google e Facebook rappresentano un duopolio che raccoglie circa il 70% degli investimenti nella comunicazione digitale effettuati dalle imprese, determinando nei fatti condizioni di mercato non sempre trasparente. Questa considerazione ci porta a dire che fare comunicazione pubblicitaria oggi richiede la gestione integrata di tre dimensioni/leve: arte e scienza, su cui ci eravamo concentrati nel periodo pre-Internet e che abbiamo quasi dimenticato in questi anni; tecnologia - che invece negli ultimi anni sembrava essere obiettivo principe e assolutizzante qualsiasi scelta di comunicazione (il canale prima di tutto!).

Comunicare in logica display o contestuale: obiettivi diversi

Per meglio comprendere questa affermazione, dobbiamo cercare di mettere in fila alcuni aspetti che appaiono ora consolidati. Non mancano schermi e impressions attraverso i quali vengono veicolati messaggi pubblicitari. Vi è invece una carenza di connessioni di valore tra marca e individui e questa è la chiave - assolutamente tradizionale - attraverso la quale dobbiamo re-interpretare, in una prospettiva moderna, il modo di fare pubblicità oggi. In termini concreti, la possibilità di essere rilevanti richiede di costruire un’architettura di comunicazione integrata in cui la distinzione tra media tradizionali (TV) e canali digitali viene a cadere.
Non esiste infatti alcuna differenza sostanziale tra comunicazione veicolata tramite smart tv (ormai addressable) e banner veicolati via web/ mobile app; la vera differenza si ha tra l’attuazione di un programma di comunicazione in logica display e contestuale.

Nel primo caso, l’obiettivo è contribuire alla brand equity e quindi alla costruzione di legami emotivamente orientati con la customer base; un risultato che può essere ottenuto - tenendo conto delle caratterizzazioni specifiche dei differenti mezzi - attraverso la (smart) tv e/o i media digitali.
Questa prospettiva comunicativa va a lavorare, in altre parole, sui meccanismi di attenzione e memorizzazione selettiva che inducono un individuo a considerare una specifica marca nel consideration set in fase di acquisto.

Nel secondo caso, l’assunzione di fondo è che la comunicazione sia un’ambient activity, che deve tenere conto dello specifico contesto in cui l’individuo si trova, delle azioni che compie e della sua (geo) localizzazione nella prospettiva di ingaggiare l’individuo e quindi indurlo ad orientarsi verso l’acquisto (o spostarsi verso fasi più avanti del funnel di marketing).

 

Creatività, dati, organizzazione: la ricetta per fare Marketing oggi

In questa prospettiva, esiste nei fatti un unico spazio di comunicazione in cui convivono tradizione (comunicazione in logica push, diremmo pubblicità) e innovazione (comunicazione contestuale) e la cui progettazione richiede la contemporanea presenza di tre determinanti:

1) creatività: come abbiamo visto infatti il digitale non solo non toglie rilievo all’estro creativo tipico delle attività di comunicazione tradizionali ma per certi versi lo rafforza. La grande frammentazione comunicativa e la possibilità per gli individui di accedere ai contenuti in logica multiscreen e alla bisogna rendono ancora più rilevante la capacità di ingaggio da parte di una marca/impresa. Ovviamente molto diverso è sviluppare la creatività oggi: non esiste più una sola creatività dato un obiettivo/brief di comunicazione; sono spesso necessari sviluppi creativi differenti (ma consistenti rispetto all’obiettivo del piano) in ragione della necessità di tenere in conto delle specificità dei touchpoint e dei contesti di vita attraverso i quali si raggiunge la target audience deliberata;

2) capacità di raccolta e utilizzo dei dati: se è infatti vero che i dati non hanno potere di agire sull’immaginazione degli individui (e quindi di creare legami emotivi) è altrettanto importante considerare che giocano un’importanza fondamentale nel momento in cui si gioca la partita della comunicazione come ambient activity. La rilevanza dei dati è, in particolare, diretta conseguenza della necessità di acquisire rilevanza rispetto alla specifica contingenza in cui si trova l’individuo; una rilevanza che può essere conquistata solo conoscendo comportamenti di acquisto, interessi e decisioni di un individuo e, in questo senso, è il frutto di una significativa capacità di integrazione di silos informativi (differenti componenti del data warehouse aziendale, social network) da parte dell’impresa.

3) assetti organizzativi coerenti con i requisiti di una piattaforma comunicativa efficace. A questo proposito si guardi agli elementi chiave della progettazione organizzativa in ambito marketing. Occorre, in primis, essere consapevoli del fatto che non ha più alcun senso discriminare nell’organigramma aziendale tra unità di comunicazione tradizionale e quella digitale proprio in virtù dell’unicità percepita dal mercato con riferimento allo spazio di interazione tra individuo e impresa/marca. Appare sempre meno sostenibile la tendenza verso la frammentazione dei meccanismi di accesso ai servizi di comunicazione: all’aumentare del numero di agenzie/soggetti con cui si interagisce per la progettazione/implementazione di un piano di comunicazione, cresce il rischio di veicolare al mercato messaggi/comunicazioni incoerenti.

È infine rilevante - e scontato alla luce di quanto sopra evidenziato - che si innestino nell’organizzazione competenze di data intelligence.

Un posizionamento distintivo non può prescindere dal contesto

Abbiamo allora sbagliato tutto in questi quindici anni? No; abbiamo però vissuto lo sconquasso provocato da Internet con un eccesso di integralismo digitale. Ci siamo in parte dimenticati che la possibilità per un’impresa di creare valore economico è ancora frequentemente connessa con la sua capacità di affermare un posizionamento distintivo sul mercato (ce lo insegna Apple) e, in ragione di questo obiettivo, la marca deve ancora oggi diventare elemento/humus del contesto culturale in cui gli individui sono immersi.

Cresce il successo di LinkedIn nel Marketing B2B by luca nogara

 

Contenuti rilevanti e di valore per l'audience, post sponsorizzati e non, recruitement: aumentano i casi di aziende che sfruttano in modo efficace e mirato la piattaforma di social business per promuovere il brand e conquistare nuovi influencer. Perché la qualità dei contatti è molto più importante dei volumi

abstract - fonte www.digital4.biz - puoi trovare l'articolo originale qui

Cresce nel B2B l'attenzione dei marketer verso LinkedIn. La segmentazione e specificità delle connessioni si traducono infatti in elevata efficacia di contatto, come conferma un'inchiesta del portale specializzato Marketing Land, che ha raccolto le testimonianze di 5 CMO americani (Xerox, Wiley, XOJET, G2 Crowd e Lithium) che si dicono entusiasti dei risultati ottenuti.

John Kennedy, CMO di Xerox, sostiene che ormai due terzi del ciclo di acquisto nella divisione B2B avviene prima ancora che si attivi il primo venditore. “In Xerox conosciamo bene questa dinamica, ma sappiamo anche che compratori e influencer non accorreranno da noi spontaneamente”, dice il manager. “Dobbiamo creare contenuti interessanti e inserirli là dove si trova l'audience. In questo senso LinkedIn ha rappresentato una scelta molto pragmatica, diventando giorno dopo giorno sempre più fondamentale nei programmi di marketing B2B e al centro delle strategie di comunicazione. L'obiettivo è quindi rendere disponibili ai follower contenuti di valore come e-book, SlideShares e blog che diano loro aiuto nello svolgimento delle proprie attività, aumentando così l'interesse nei confronti del brand”.

Anche Wiley usa LinkedIn per comunicare con un'enorme varietà di clienti, sia sfruttando il traffico organico sia acquistando spazi a pagamento. Clay Stobaugh, CMO della casa editrice americana, spiega che grazie agli Sponsored Post e alle Sponsored InMail, il suo team è riuscito a ottenere un tasso medio di click-through del 70%, contro il 40% normalmente generato da altri strumenti. “LinkedIn offre la possibilità unica di indirizzare le persone specificamente in base alla loro qualifica, al settore di attività e alla compagnia. A noi non resta che assicurarci di essere di fronte al target giusto nel momento giusto e con il messaggio giusto”.

Big Data analytics: uno strumento efficace anche per la sicurezza dei dati by luca nogara

 

Il 53% delle aziende che fanno uso di Big Data Analytics segnala un elevato beneficio in termini di business. Secondo il Business Application Research Center, le analitiche apportano un forte beneficio per il business e aiutano a migliorare la resilienza aziendale sul fronte della sicurezza informatica. Peccato che il livello di adozione sia ancora troppo basso

abstract - fonte www.digital4.biz - puoi trovare l'articolo originale qui

Gli esperti ritengono che le Big Data Analytics siano uno strumento utile per consentire alle aziende di diventare più resistenti di fronte ai crescenti attacchi informatici.

“Secondo un recente sondaggio - ha spiegato Carsten Bange, fondatore e managing director del Business Application Research Center -  il 53% delle aziende che fanno uso di Big Data Analytics segnala un elevato beneficio in termini di business,  il 41% ha dichiarato di aver ottenuto un beneficio moderata, mentre solo il 6% ritiene di aver registrato pochi vantaggi”.

L’impiego delle Big Data Analytics

Gli esperti sottolineano come l'adozione di  Big Data Analytics si possa definire ancora relativamente bassa in generale, ma non nel segmento delle aziende più mature, pari al 13% del campione intervistato.Di queste, oltre due terzi (il 68%) ha dichiarato di aver già adottato tecnologie avanzate di Big Data Analytics per la sicurezza, come per esempio le analisi di comportamento degli utenti. Nel restante 87%, invece, solo il 27% ha implementato tecniche di analisi del comportamento degli utenti.

Uno strumento utile per la sicurezza IT

Le analisi dei Big Data possono aiutare a migliorare la resilienza aziendale sul fronte della sicurezza informatica: tenendo traccia del comportamento degli utenti in tutti i sistemi informatici, per esempio, permettono di rilevare anomalie e scostamenti significativi dal comportamento normale che potrebbero rappresentare indizi di potenziali attività dannose.

“Poter identificare i modelli di comportamento non è di certo una novità - sottoliena Bange -,la maggior parte delle tecniche di analisi sono utilizzate da trenta o quarant’anni. Ora però siamo in grado di applicarle a insiemi di dati estremamente grandi e su più sistemi informatici. Occorre informare le aziende sul fatto che ora esiste una tecnologia in grado di sostenere questo tipo di analisi che possono rivelarsi molto utili nel campo della sicurezza IT”.