Advertising, è finito il tempo dell’integralismo digitale /  by luca nogara

Molte previsioni sul Marketing di pochi anni fa non si sono realizzate: la pubblicità televisiva non è affatto morta, e ci si è resi conto che lavorare in modo iper personalizzato non sempre ripaga. Oggi tradizione e innovazione convivono e per essere davvero distintivi serve focalizzarsi su creatività, capacità di raccolta e utilizzo dei dati, e assetti organizzativi coerenti. Il punto di Giuliano Noci, Ordinario di Marketing al Politecnico di Milano

fonte : digital4.biz. l'articolo originale del professor  Giuliano Noci

il Professor Giuliano Noci scrive:

Da più di 15 anni ormai mi occupo di analizzare e studiare i cambiamenti indotti dal cosiddetto mondo digitale nel mercato della pubblicità.
Lungo tutto questo periodo abbiamo registrato asserti e proclami, più o meno conclusivi, frutto di presunte certezze del momento; ad esempio, credo sia capitato a tutti voi sentire da autorevoli esponenti della comunità del marketing o di leggere che la pubblicità televisiva avrebbe subito un fenomeno di rilevante implosione, oppure che finalmente si sarebbe potuto fare comunicazione assolutamente personalizzata - diretta e mirata al singolo individuo - o ancora che il digitale sarebbe stato alla portata di tutte le imprese e avrebbe aperto opportunità di business a molteplici nuovi soggetti/ editori: la cosiddetta democrazia diretta della rete.
La progressiva diffusione di Internet, infatti, l’affermarsi progressivo dei device digitali - smartphone in primis - e gli stessi cambiamenti delle esperienze mediali degli individui – sintetizzabili nelle cosiddette 4M (Mobile, Multichannel, Multitasking, Multi-screen) - non hanno fin qui, nei fatti, confermato quelle certezze che sembravano dar corpo alle consapevolezze di cui sopra.

La TV non è morta: non solo perché si è evoluta profondamente (da mezzo di trasmissione lineare a oggetto in grado ormai di lavorare sia in logica push che pull sul fronte dei contenuti nonché della personalizzazione della proposta di contenuti) ma anche perché rappresenta ancora oggi lo strumento migliore e più efficace se si voglia lavorare in funzione di un obiettivo di riconoscibilità della marca.
Allo stesso modo, ci si è resi conto che lavorare in modo iper personalizzato (con segmenti di piccolissime dimensioni fino a collassare con il singolo individuo) non sempre ripaga; la fama aggiunge valore a un brand e per conquistarla è ancora oggi necessario/opportuno veicolare una comunicazione capace di catturare la pubblica immaginazione e, per questo motivo, è importante lavorare in una logica di broadcasting. Non si è d’altro canto rivelata tale proprio la cosiddetta democrazia della rete: ad oggi, Google e Facebook rappresentano un duopolio che raccoglie circa il 70% degli investimenti nella comunicazione digitale effettuati dalle imprese, determinando nei fatti condizioni di mercato non sempre trasparente. Questa considerazione ci porta a dire che fare comunicazione pubblicitaria oggi richiede la gestione integrata di tre dimensioni/leve: arte e scienza, su cui ci eravamo concentrati nel periodo pre-Internet e che abbiamo quasi dimenticato in questi anni; tecnologia - che invece negli ultimi anni sembrava essere obiettivo principe e assolutizzante qualsiasi scelta di comunicazione (il canale prima di tutto!).

Comunicare in logica display o contestuale: obiettivi diversi

Per meglio comprendere questa affermazione, dobbiamo cercare di mettere in fila alcuni aspetti che appaiono ora consolidati. Non mancano schermi e impressions attraverso i quali vengono veicolati messaggi pubblicitari. Vi è invece una carenza di connessioni di valore tra marca e individui e questa è la chiave - assolutamente tradizionale - attraverso la quale dobbiamo re-interpretare, in una prospettiva moderna, il modo di fare pubblicità oggi. In termini concreti, la possibilità di essere rilevanti richiede di costruire un’architettura di comunicazione integrata in cui la distinzione tra media tradizionali (TV) e canali digitali viene a cadere.
Non esiste infatti alcuna differenza sostanziale tra comunicazione veicolata tramite smart tv (ormai addressable) e banner veicolati via web/ mobile app; la vera differenza si ha tra l’attuazione di un programma di comunicazione in logica display e contestuale.

Nel primo caso, l’obiettivo è contribuire alla brand equity e quindi alla costruzione di legami emotivamente orientati con la customer base; un risultato che può essere ottenuto - tenendo conto delle caratterizzazioni specifiche dei differenti mezzi - attraverso la (smart) tv e/o i media digitali.
Questa prospettiva comunicativa va a lavorare, in altre parole, sui meccanismi di attenzione e memorizzazione selettiva che inducono un individuo a considerare una specifica marca nel consideration set in fase di acquisto.

Nel secondo caso, l’assunzione di fondo è che la comunicazione sia un’ambient activity, che deve tenere conto dello specifico contesto in cui l’individuo si trova, delle azioni che compie e della sua (geo) localizzazione nella prospettiva di ingaggiare l’individuo e quindi indurlo ad orientarsi verso l’acquisto (o spostarsi verso fasi più avanti del funnel di marketing).

 

Creatività, dati, organizzazione: la ricetta per fare Marketing oggi

In questa prospettiva, esiste nei fatti un unico spazio di comunicazione in cui convivono tradizione (comunicazione in logica push, diremmo pubblicità) e innovazione (comunicazione contestuale) e la cui progettazione richiede la contemporanea presenza di tre determinanti:

1) creatività: come abbiamo visto infatti il digitale non solo non toglie rilievo all’estro creativo tipico delle attività di comunicazione tradizionali ma per certi versi lo rafforza. La grande frammentazione comunicativa e la possibilità per gli individui di accedere ai contenuti in logica multiscreen e alla bisogna rendono ancora più rilevante la capacità di ingaggio da parte di una marca/impresa. Ovviamente molto diverso è sviluppare la creatività oggi: non esiste più una sola creatività dato un obiettivo/brief di comunicazione; sono spesso necessari sviluppi creativi differenti (ma consistenti rispetto all’obiettivo del piano) in ragione della necessità di tenere in conto delle specificità dei touchpoint e dei contesti di vita attraverso i quali si raggiunge la target audience deliberata;

2) capacità di raccolta e utilizzo dei dati: se è infatti vero che i dati non hanno potere di agire sull’immaginazione degli individui (e quindi di creare legami emotivi) è altrettanto importante considerare che giocano un’importanza fondamentale nel momento in cui si gioca la partita della comunicazione come ambient activity. La rilevanza dei dati è, in particolare, diretta conseguenza della necessità di acquisire rilevanza rispetto alla specifica contingenza in cui si trova l’individuo; una rilevanza che può essere conquistata solo conoscendo comportamenti di acquisto, interessi e decisioni di un individuo e, in questo senso, è il frutto di una significativa capacità di integrazione di silos informativi (differenti componenti del data warehouse aziendale, social network) da parte dell’impresa.

3) assetti organizzativi coerenti con i requisiti di una piattaforma comunicativa efficace. A questo proposito si guardi agli elementi chiave della progettazione organizzativa in ambito marketing. Occorre, in primis, essere consapevoli del fatto che non ha più alcun senso discriminare nell’organigramma aziendale tra unità di comunicazione tradizionale e quella digitale proprio in virtù dell’unicità percepita dal mercato con riferimento allo spazio di interazione tra individuo e impresa/marca. Appare sempre meno sostenibile la tendenza verso la frammentazione dei meccanismi di accesso ai servizi di comunicazione: all’aumentare del numero di agenzie/soggetti con cui si interagisce per la progettazione/implementazione di un piano di comunicazione, cresce il rischio di veicolare al mercato messaggi/comunicazioni incoerenti.

È infine rilevante - e scontato alla luce di quanto sopra evidenziato - che si innestino nell’organizzazione competenze di data intelligence.

Un posizionamento distintivo non può prescindere dal contesto

Abbiamo allora sbagliato tutto in questi quindici anni? No; abbiamo però vissuto lo sconquasso provocato da Internet con un eccesso di integralismo digitale. Ci siamo in parte dimenticati che la possibilità per un’impresa di creare valore economico è ancora frequentemente connessa con la sua capacità di affermare un posizionamento distintivo sul mercato (ce lo insegna Apple) e, in ragione di questo obiettivo, la marca deve ancora oggi diventare elemento/humus del contesto culturale in cui gli individui sono immersi.

Automazione dei processi d'acquisto, i consigli di Gartner per affrontare il cambiamento /  by luca nogara

Con la diffusione delle applicazioni Cloud e dei nuovi strumenti di machine learning, i prossimi tre anni saranno decisivi per l'eProcurement. Per arrivare preparate le aziende dovranno prima organizzare le informazioni e scegliere le giuste soluzioni con vendor e supplier

fonte: digital4.biz . potete leggere l'articolo originale qui 

Sono diversi i trend tecnologici che stanno attraversando, in maniera più o meno evidente, il mondo del Procurement. Secondo Gartner, da qui al 2020 assisteremo a una rivoluzione che ridefinirà molte delle abitudini consolidate e dei processi che caratterizzano oggi le attività di acquisto. Si parla naturalmente di e-invoicing, e-sourcing e supplier information management, che rappresentano alcuni degli strumenti già ampiamente diffusi, ma anche di approcci strategici guidati dall'introduzione di sistemi basati su Cloud e Artificial Intelligence.

Entro il prossimo triennio, prevede Gartner, più del 70% degli investimenti tecnologici su Procurement e processi di approvvigionamento sarà dedicato a soluzioni distribuite tramite la Nuvola, che pesa già per il 90% rispetto a tutte le nuove implementazioni Procure-to-Pay (P2P) nel settore privato come in quello pubblico. Alla ricerca di maggiore semplificazione, già a partire dal 2019 i vendor smetteranno di fornire portali orizzontali pre-confezionati capaci di supportare ciascuna delle interazioni coi partner della supply chain, in favore di una maggiore flessibilità delle applicazioni. Mentre dall'anno prossimo le piattaforme di P2P che tengono conto dei prezzi correnti riusciranno a garantire due volte i risparmi di quelle che non hanno questa capacità. Il futuro però non è tutto rose e fiori: secondo la società di consulenza, la modesta adozione di soluzioni all'avanguardia che ha contraddistinto il mondo del Procurement negli ultimi anni limiterà la penetrazione delle tecnologie smart (basate su machine learning e algoritmi ad hoc) al 10% del mercato potenziale.

 

Recuperare terreno si può, a patto di sposare una strategia “Cloud First”, che permette di accelerare l'intera organizzazione sul piano della digital transformation, allargando la vista sulle soluzioni disponibili sul mercato e migliorandone per questo l'accesso. Al tempo stesso è necessario valutare approfonditamente l'apporto che gli strumenti analitici (anche i più avanzati, come il già citato machine learning) possono fornire rispetto all'automazione e all'ottimizzazione dei processi, specialmente ora che il passaggio verso il paperless, secondo Gartner, ha superato il punto di non ritorno, integrando anche supporti tradizionalmente elettronici ma non strutturati, come per esempio le mail.

Prima di investire in nuove tecnologie, però, Gartner consiglia di consultare non solo i vendor, ma anche i fornitori chiave - oltre che una rappresentanza di supplier minori - per valutare insieme quale percorso di digitalizzazione può essere intrapreso e integrato più facilmente a tutto vantaggio del ROI dei soggetti coinvolti. Passo fondamentale, nel momento in cui si coinvolgono i partner per le implementazioni di soluzioni predittive avanzate è classificare e ordinare le informazioni e le serie storiche che saranno date in pasto ai nuovi sistemi. Allo stesso modo, nel momento in cui intendono potenziare il Contract Lifecycle Management (CLM) in questo senso, le aziende devono conoscere le basi per permettere agli applicativi P2P e ai virtual assistant, costruiti su tecnologie NLP (natural-language processing) di accedere ai file. Anche se dematerializzati, infatti, nel momento in cui i contratti si trovano in silos separati, i sistemi non possono accedervi per catturare, estrarre e processare i dati utili a costruire previsioni e insight. E tutto questo senza considerare il risk management e le difficoltà che comporta il trattamento e la condivisione di informazioni sensibili. Il futuro, dunque, è vicino (oltre che inevitabile), ma per raggiungerlo bisogna preparare attentamente la strada.

 

L'Ufficio Acquisti nell'era digitale: l'eProcurement a portata anche delle PMI /  by luca nogara

Negli ultimi anni si sono affermati modelli di gestione degli approvvigionamenti che risolvono l'intero processo source-to-pay utilizzando piattaforme digitali. Ecco come l'eProcurement riduce costi e tempi di tutte le attività, dallo scouting dei fornitori alla fatturazione elettronica, e perché oggi è uno strumento indispensabile anche per le piccole e medie imprese

fonte: digital4biz.it . potete leggere l'articolo originale qui

 

L’eProcurement (Electronic Procurement) è il processo di approvvigionamento elettronico di beni e servizi attraverso l’uso di piattaforme digitali basate sul Web. Questo tipo di sistemi fa capo a un complesso di regole, modalità organizzative e procedure che comprendono l’impiego di software e tecnologie Internet e di commercio elettronico (eCommerce) che vengono utilizzati tra aziende e aziende (eCommerce B2B o Business to Business), tra aziende e privati (eCommerce B2C o Business to Consumer) o tra aziende e istituzioni pubbliche (B2G o Business to Government).

Le piattaforme di eProcurement possono arrivare a supportare l'intero processo Source to Pay (S2P). L’intero ecosistema S2P è a sua volta composto da macro processi S2C (Source to Contract) e P2P (Procure To Pay). Il primo più orientato alle azioni strategico decisionali, quali ad esempio il monitoraggio e analisi della spesa, governance e tracciabilità del processo negoziale, analisi e valutazione del parco fornitori e relativi rischi e performance. Il secondo, invece, è focalizzato sugli aspetti transazionali-operativi inerenti l'acquisto del bene e servizio richiesto e includono la selezione, utilizzando cataloghi online, l’emissione dell’ordine e relativa entrata merce, fino alla ricezione delle fatture e al pagamento dei fornitori.

Come funziona l'eProcurement e quali sono i punti di forza

Le soluzioni utilizzate si basano su tecnologie di interscambio dei dati standardizzate comeElectronic Data Interchange (EDI) o XML che si interfacciano a software gestionali e soluzioni più evolute come gli ERP (Enterprise Resource Planning).  

I punti di forza di una soluzione digitale di eProcurement si possono sintetizzare in 4 punti chiave: 

  1. informazioni gestite in house o in cloud, fruibili in multicanalità, garantite da modalità di accesso via web browser  
  2. tracciabilità di tutte le attività svolte dall’acquirente e dal fornitore per garantire massima trasparenza in caso di controversie 
  3. continua e persistente disponibilità dei dati e delle informazioni gestite e/o caricate, grazie a sistemi e procedure di disaster recovery e alta affidabilità che garantiscono la business continuity 
  4. altissime garanzie di sicurezza, tracciabilità, trasparenza e continuità, verificate e certificate da enti terzi accreditati, che tutelano il cliente

eProcurement per le PMI

Un tema rilevante per le piccole e medie imprese (PMI), dotate generalmente di uffici acquisti di dimensioni limitate in cui i professionisti spesso devono dividersi su diverse attività, è il carico di lavoro e le competenze necessarie per passare e operare su piattaforme digitali. Per esempio nella gestione di un albo fornitori digitale il carico di lavoro, pur risultando nell’arco dell’intero processo ben inferiore a quello che si registra in una gestione cartacea o con un livello basso di dematerializzazione, presenta qualche elemento di preoccupazione nella fase di inserimento dei dati. In questa fase sono coinvolti entrambi gli attori della relazione cliente/fornitore: l’impresa cliente deve controllare e verificare (e in alcuni casi anche inserire) i dati di centinaia o migliaia di fornitori; l’azienda fornitrice deve inserire e aggiornare sistematicamente i propri dati nell’albo di ciascuno dei propri clienti, ripetendo l’operazione con modalità diverse in assenza di standard riconosciuti e applicati.

 

Limitare la richiesta di dati da inserire e trattare manualmente e reperirli automaticamente da altre fonti dove questi siano già disponibili, diventano imperativi irrinunciabili. La tecnologia dell’eProcurement può già rispondere positivamente attraverso gli strumenti di accesso automatico in cloud a information provider o a agenzie di rating per condividere informazioni quali dati aziendali, dati economico finanziari dedotti e documentati da bilanci certificati, dati ausiliari quali indicatori di solidità finanziaria, analisi della composizione societaria, connessioni e partecipazioni con altre società, evidenza di negatività che impattano sulla solidità e sulla reputazione dell’azienda, e così via. Questi dati entrano automaticamente in modo strutturato nell’albo, sono immediatamente disponibili per la loro fruizione e liberano così sia il fornitore dall’onere dell’inserimento manuale sia, essendo già certificati, il professionista dell’ufficio acquisti dall’onere della verifica, analisi e valutazione.

Anche l'attività di monitoraggio dei comportamenti e delle prestazioni dei fornitori attivi può essere snallita se si raccolgono periodicamente dagli information provider dati aggiornati su bilancio, indicatori finanziari, eventuali cambi di assetto societario e informazioni su sopravvenute positività o negatività.

 

Ufficio acquisti al bivio

Alla luce delle tecnologie oggi disponibili, la gestione documentale tradizionale oggi rimane senza dubbio un processo irrazionale: scrivere, stampare, firmare, vidimare, spedire, fotocopiare/scansionare, archiviare, recuperare un documento cartaceo sono tutte attività che non solo richiedono tempo e risorse, ma sono anche soggette a tassi di errore elevati.  La digitalizzazione dell'intero ciclo dell’ordine - contando i risparmi di manodopera, carta, costi di trasmissione e spazio (di stoccaggio dei documenti) – permette di ridurre il costo di gestione dell’intero ciclo dall’84% del settore materiali edili al 67% del farmaceutico, passando dall’82% nei settori materiali elettrici e largo consumo, all’80% nella produzione di elettrodomestici, secondo stime degli Osservatori Digital Innovation del Politecnico di Milano con le rispettive associazioni di settore.

L’eProcurement insomma semplifica le attività dell’ufficio acquisti, consentendo anche alle microimprese di gestire agevolmente l’intero processo di acquisto di beni e servizi dalla nascita della richiesta o fabbisogno, passando attraverso la negoziazione o gara telematica, fino alla formalizzazione del servizio e relativo ordine-fattura.

I sistemi di approvvigionamento elettronico aiutano i responsabili degli uffici acquisti in tutte le fasi organizzative, dalla selezione, qualificazione e valutazione dei migliori fornitori per la propria azienda all’applicazione corretta di tutti gli aspetti legali necessari alla definizione di contratti di acquisto completi, dalla classificazione, razionalizzazione e definizione degli obiettivi economici e operativi legati alle aspettative delle funzioni interne dell’azienda, alla definizione di un processo di acquisto ideale per la propria azienda. Le procedure di eProcurement, infatti, permettono di valorizzare il patrimonio fornitori lungo tutto il processo di approvvigionamento: assicurando la tracciabilità dell’intero iter di approvvigionamento (dalla prima ricerca di beni/servizi fino alla stipula del relativo contratto), garantiscono una completa visibilità in ogni fase della relazione e migliorano così l’intera gestione acquisti.

GDPR, tutto quello che vorreste sapere ma non avete osato chiedere sulla privacy /  by luca nogara

Il nuovo Regolamento UE sulla protezione dei dati personali sarà pienamente applicabile esattamente tra un anno, ma in molti casi richiede modifiche organizzative e investimenti in tecnologie tali da richiedere una pianificazione fin da subito. Ecco le novità più significative e gli elementi principali su cui impostare il programma di adeguamento

fonte: digital4.Biz   potete leggere l'articolo originale qui

Il General Data Protection Regulation (GDPR), ovvero il Regolamento UE n. 679/2016 sulla protezione dei dati personali (o Regolamento sulla privacy), è entrato in vigore Il 24 maggio 2016, ma diverrà pienamente applicabile dal 25 maggio 2018, abrogando la Direttiva 95/46/CE. Al tema recentemente è stato dedicato un Workshop della Digital Transformation Academy degli Osservatori Digital Innovation del Politecnico di Milano, a cui hanno preso parte oltre 60 CIO, Security Manager e Responsabili Area Legal.

Un primo elemento emerso è che il regolamento GDPR non vale per gli accordi di trasferimento di dati personali verso Paesi terzi e organizzazioni internazionali, conclusi prima dell’entrata in vigore del Regolamento. Tali accordi resteranno in vigore fino alla loro sostituzione, revoca o modifica, così come i provvedimenti dell’Autorità Garante e le decisioni della Commissione UE. Inoltre, rispetto ai trattamenti ancora in corso al 25 maggio 2018, non è necessario che l’interessato presti nuovamente il suo consenso, se questo è stato espresso secondo modalità conformi alla nuova disciplina.

Anche se le aziende hanno a disposizione un anno per potersi adeguare, alcune novità del GDPR impongono un’attenta pianificazione fin da subito, potendo comportare modifiche organizzative significative e investimenti di natura tecnologica. Inoltre il GDPR rovescia completamente la prospettiva della disciplina di riferimento, istituendo un quadro normativo tutto incentrato sui doveri e la responsabilizzazione del Titolare del trattamento (principio di “accountability”). La nuova disciplina impone a tale soggetto di garantire il rispetto dei principi in essa contenuti, ma anche di essere in grado di comprovarlo, adottando una serie di strumenti che lo stesso GDPR indica.

In primis, il registro delle attività di trattamento, che deve contenere una serie di informazioni, tra cui le finalità del trattamento, la descrizione delle categorie di interessati e di dati personali che vengono trattati, oltre che l’indicazione delle misure di sicurezza adottate. La tenuta del registro costituisce un adempimento di fondamentale importanza nell’ottica del principio di accountability, in quanto permette di monitorare in maniera approfondita le operazioni di trattamento all’interno dell'organizzazione. Esso costituisce dunque sia uno strumento operativo di lavoro con cui censire in maniera ordinata le banche dati e gli altri elementi rilevanti per assicurare un sano “ciclo di gestione” dei dati personali, sia un vero e proprio documento di carattere probatorio mediante il quale il Titolare del trattamento può dimostrare di aver adempiuto alle prescrizioni del Regolamento.

A tal fine, può risultare utile indicare nel registro una serie di elementi non espressamente imposti dall’art. 30 del GDPR, ma comunque importanti per tener traccia delle operazioni di trattamento effettuate. Tra questi, ad esempio, la base giuridica del trattamento(ricompresa tra gli elementi che devono essere contenuti nell’informativa da consegnare all’interessato), o gli applicativi e/o database utilizzati, la cui elencazione può risultare necessaria per mappare con esattezza le misure di sicurezza implementate/da implementare, oltre che per condurre efficacemente la valutazione dei rischi.

Quest’ultima assume carattere imprescindibile per poter stabilire quali misure tecniche e organizzative adottare in azienda per garantire un livello di sicurezza appropriato al rischio stesso. La nuova normativa, infatti, abbandona il concetto di “misure minime” del Codice Privacy, sostituendolo con quello di “misure adeguate”. Tale maggiore discrezionalità, tuttavia, è accompagnata, come sopra precisato, dall’onere in capo al Titolare del trattamento di poter dimostrare le ragioni che hanno portato a una determinata decisione.

Titolare del trattamento che potrà nominare un Data Protection Officer (DPO), ovvero una figura specialistica e altamente qualificata che supporti l’applicazione degli obblighi della nuova normativa, e funga da punto di contatto con le Autorità di controllo e gli interessati. La designazione del DPO è obbligatoria solo in alcuni casi (trattamenti effettuati su larga scala, posti in essere da un’Autorità pubblica/organismo pubblico, o che ricomprendono categorie particolari di dati personali). Tuttavia costituisce una buona prassi anche per le aziende che sarebbero esenti da tale adempimento.

In sostanza, l’ampio spettro di novità introdotte dal GDPR impone di definire un piano di adeguamento alla nuova normativa, coinvolgendo le diverse funzioni aziendali coinvolte in operazioni di trattamento di dati personali. È fondamentale sfruttare appieno il periodo transitorio a disposizione, per garantire la conformità alle nuove disposizioni entro il 25 maggio 2018.

 

Il primo passo quindi, nonché quello di maggiore rilevanza, è definire il registro dei trattamenti e il piano di adeguamento al GDPR. Questa fase prevede l’assessment del modello attuale dell’organizzazione, al fine di definire un piano di azioni opportunamente dettagliate e calate sulla realtà aziendale.

Data l’ampiezza del perimetro di impatto del GDPR a livello aziendale, mappare il modello attuale e identificarne in modo esaustivo i gap, in relazione a quanto richiesto dal Regolamento, richiede un approccio strutturato e comprensivo di tutte le leve su cui è possibile agire in relazione all’obiettivo di adeguamento, quali:

  • Organizzazione e ruoli. Definizione e formalizzazione del modello organizzativo, dei ruoli e delle relative responsabilità all’interno dell’azienda, in relazione all’indirizzo e alla gestione dei temi legati alla Privacy.
     
  • Persone, cultura e competenze. Progettazione e diffusione della cultura della protezione dei dati e delle policy di sicurezza all’interno dell’organizzazione, attraverso attività di formazione e sensibilizzazione.
     
  • Processi e regole. È senza dubbio una delle aree più impattate dalle richieste di adeguamento del GDPR, basti ricordare la Privacy by design, la portabilità dei dati, la gestione dei data breach, la gestione del registro dei trattamenti, la gestione dei diritti degli interessati. Sono solo alcuni dei processi richiesti dal Regolamento che dovranno essere disegnati, implementati e presidiati nell’organizzazione.
     
  • Documentazione. Definizione delle procedure del manuale di gestione della data protection, aggiornamento dei contratti con le terze parti, adeguamento e/o stesura della documentazione di base quali informative, moduli di consenso, lettere di nomina, ecc.
     
  • Tecnologia e strumenti. Area di rilevante importanza - tipicamente anche dal punto di vista di investimenti da prevedere in ottica di piano di adeguamento - in ambito di misure di sicurezza informatica (antivirus, disaster recovery, firewall, pseudonimizzazione dati, cifratura dati, prevenzione e rilevazione data breach, Identity Management, ecc.), di sicurezza fisica (es. controllo accessi), di adozione di tool IT GRC (Governance, Risk & Compliance).
     
  • Sistema di controllo. Progettazione e gestione di un cruscotto di KPI per il monitoraggio della compliance a normative esterne (es. GDPR), regolamenti interni, progettazione di reportistica ad hoc da condividere a vari livelli dell’organizzazione.
     

L’individuazione strutturata dei gap è necessaria per poter definire e prioritizzare le attività del piano di adeguamento, che guiderà l’organizzazione nel processo di compliance.

Oltre all’adottare un metodo strutturato nell’avvio e nella gestione del progetto, fattori critici di successo per il piano di adeguamento e la sua implementazione sono:

  • Avvio e mantenimento di un tavolo di lavoro congiunto comprensivo degli attori principali (Compliance, IT, Legale, Sicurezza), a garanzia di un allineamento completo e costante su attività svolte, priorità e piano di adeguamento aziendale.
     
  • Ingaggio, sensibilizzazione e coordinamento dei referenti di Business in fase sia di assessment sia di implementazione delle azioni.
     
  • Comunicazione e conduzione dell’adeguamento al GDPR come una opportunità di tutta l’organizzazione di creare cultura e sensibilizzare rispetto alla privacy e alle policy di sicurezza e, sfruttando la fase di mappatura, possibilità di realizzare sinergie nell’indirizzo di altre compliance (es. D. Lgs. 231), nonché di arricchire la knowledge base aziendale (es. mappa processi, mappa applicativi), integrando opportunamente il registro dei trattamenti.
     

L’adeguamento al GDPR può essere approcciato in diversi modi. Sta all’azienda scegliere se adeguarsi in senso stretto o cavalcare l’opportunità per creare valore per l’organizzazione nel suo complesso. Non può però sfuggire che il dato personale di clienti, dipendenti e soggetti diversamente coinvolti nel ciclo produttivo e commerciale dell’azienda sia un asset fondamentale per la trasformazione digitale del business e le opportunità che ne possono derivare.

 

 

 

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How Women (and Men) Can Find Role Models When None Are Obvious /  by luca nogara

abstract - from  hbr.org  - you can find the orginal post  here

A new report by the Rockefeller Foundation illustrates some of the challenges for women in leadership, including a lack of mentors and role models. In fact, 65% of Americans say it’s important for women starting their careers to have women in leadership as role models. With only 20 women Fortune 500 CEOs, we have a glaring numbers problem.

I teach students of all ages about mentoring and how critical it is for their careers. Because careers today are so complex, we need multiple mentors — a personal board of directors or what academics call a developmental network. These relationships provide career and emotional support and role modeling to help you advance, learn, and grow. However the consistent question I get from women is: “Where do I find role models?”

The answer is everywhere. Instead of searching for the perfect role model, look for someone who is skilled in an area you need to develop. Here are some quick tips:

Hone your observation skills. You want to get promoted, but there are no women role models for you at the top. Can you imitate the men? Not exactly, as women are sometimes punished for the same behavior men are rewarded for. But you can identify what is working for the leaders you admire. Become an organizational anthropologist and hone your observation skills. What do good leaders do? When do they speak up? How do they conduct themselves with clients, coworkers, and other leaders? What skills do you need to polish to successfully perform those roles? Consider peers and step-ahead mentors (colleagues one or two steps ahead of you in their careers) who are both more available and approachable as resources, beyond just senior executives.

Focus on specific behaviors to emulate. Focus on specific tasks or behaviors that you could realistically emulate. For example, I admire my Babson College colleague Allan Cohen, a masterful teacher, but I cannot teach using the Socratic method in the same way he does; it just isn’t effective for me in the classroom. What I did learn from observing him is how to phrase good questions, build on prior participants’ insights, and move around the room engaging the whole audience. I taught a class at Babson with Bala Iyer, who always pushed students to summarize key takeaways from the session, I adopted this practice, too. By identifying key behaviors and practices, you also become more systematic in the approaches you can experiment with to determine if they work for you.

German Manufacturing Is Leading a Digital Industrial Revolution /  by luca nogara

 

abstract - from  hbr.org  - you can find the orginal post  here

Germany’s automakers, auto suppliers, machinery companies, and machine tool builders have long been considered the world’s leaders in manufacturing in large part because of their ability to unlock the potential of software, sensors, networks, and electronic devices on their assembly lines. Now, they are pioneering a new phase of global digital manufacturing that will transform the key processes surrounding the manufacturing of everything from automobiles to trains, planes, machinery, and even kitchens.

By digitizing the processes that govern how a new idea is brought to production (such as R&D, product launch, and testing), sales to delivery (pricing, demand forecasting, order fulfillment), and factory maintenance (including the inventorying of spare parts), German manufacturers in the auto industry and elsewhere are already beginning to significantly improve their margins. By 2030, we estimate there is the potential for manufacturers worldwide to realize an estimated $1.4 trillion upside by taking a page from leading German manufacturers’ playbooks.

The majority of these gains will be realized from better management of pre- and post-production processes – the rest will continue to be derived from the actual manufacturing or production. What follows describes how German manufacturers in particular are rewriting the rules for industry globally on several fronts:

Idea to production: It used to be that every new car model required 20 extra hours of work driven by quality issues or purely unplanned changes that its designers and engineers required. Each new car costs the automotive OEM anywhere from a few to several hundred dollars in extra cost. With German automakers launching several new models in huge volumes every year these costs quickly add up to billions of dollars.

Cresce il successo di LinkedIn nel Marketing B2B /  by luca nogara

 

Contenuti rilevanti e di valore per l'audience, post sponsorizzati e non, recruitement: aumentano i casi di aziende che sfruttano in modo efficace e mirato la piattaforma di social business per promuovere il brand e conquistare nuovi influencer. Perché la qualità dei contatti è molto più importante dei volumi

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Cresce nel B2B l'attenzione dei marketer verso LinkedIn. La segmentazione e specificità delle connessioni si traducono infatti in elevata efficacia di contatto, come conferma un'inchiesta del portale specializzato Marketing Land, che ha raccolto le testimonianze di 5 CMO americani (Xerox, Wiley, XOJET, G2 Crowd e Lithium) che si dicono entusiasti dei risultati ottenuti.

John Kennedy, CMO di Xerox, sostiene che ormai due terzi del ciclo di acquisto nella divisione B2B avviene prima ancora che si attivi il primo venditore. “In Xerox conosciamo bene questa dinamica, ma sappiamo anche che compratori e influencer non accorreranno da noi spontaneamente”, dice il manager. “Dobbiamo creare contenuti interessanti e inserirli là dove si trova l'audience. In questo senso LinkedIn ha rappresentato una scelta molto pragmatica, diventando giorno dopo giorno sempre più fondamentale nei programmi di marketing B2B e al centro delle strategie di comunicazione. L'obiettivo è quindi rendere disponibili ai follower contenuti di valore come e-book, SlideShares e blog che diano loro aiuto nello svolgimento delle proprie attività, aumentando così l'interesse nei confronti del brand”.

Anche Wiley usa LinkedIn per comunicare con un'enorme varietà di clienti, sia sfruttando il traffico organico sia acquistando spazi a pagamento. Clay Stobaugh, CMO della casa editrice americana, spiega che grazie agli Sponsored Post e alle Sponsored InMail, il suo team è riuscito a ottenere un tasso medio di click-through del 70%, contro il 40% normalmente generato da altri strumenti. “LinkedIn offre la possibilità unica di indirizzare le persone specificamente in base alla loro qualifica, al settore di attività e alla compagnia. A noi non resta che assicurarci di essere di fronte al target giusto nel momento giusto e con il messaggio giusto”.

Strategie di mobile marketing: quali sono gli ultimi trend della comunicazione multicanale /  by luca nogara

 

Smartphone e tablet hanno frammentato il viaggio del consumatore che oggi si compone di migliaia di istanti che nascono, di volta in volta, da esigenze diverse e specifiche. Dallo ZMOT ai micro moments, come si progetta un percorso interattivo in chiave mobile che va a moltiplicare i punti di contatto tra brand e consumatori?

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C'è la multicanalità e c'è la mobile experience. Sembrano la stessa cosa ma, in realtà, non lo sono. Gestire la mobile experience nell'era della multicanalità, infatti, significa tante cose: intercettare nuove esigenze, costruire diversi canali di relazione, progettare format di comunicazione più innovativi, immaginare touch point inediti atti a favorire le interazioni tra il mondo fisico e il mondo digitale, ragionare responsive per garantire che i messaggi siano sempre leggibili da qualsiasi dispositivo, il tutto analizzando scelte e feed back. 

Perché farlo è chiaro: l'Osservatorio Mobile B2C Strategy del Politecnico di Milano ha evidenziato come solo in Italia oggi una persona su due, in età compresa tra 18-74 anni, naviga in rete da dispositivo mobile. Prendendo a campione lo scorso novembre 2015, gli italiani presenti online sono stati 22.2 milioni: 18.4 milioni da device mobili e 12.2 milioni da desktop. In aumento anche il tempo trascorso in rete (1 h e 58 min.) con più del 70% di traffico generato da dispositivi mobili. Per il marketing questo è molto più di un target: è un business a capacità infinita, che si operi nel retail, nel manufacturing, nell'entertaiment, nei servizi, nelle utility o in qualunque altro settore. Non a caso la pubblicità in chiave mobile è salita del 53%.

Marketer, ma quanto sei phygital?

Studiare una strategia di mobile marketing efficace richiede una competenza multidisciplinare. Bisognatriangolare vision, tecnologie e skill, ragionando su due livelli: fisico e digitale. Rispetto alle strategie di marketing tradizionali, la differenza sostanziale sta nel fatto che i dispositivi mobili sono diventati dei punti di contatto strategici non solo perché le persone possono navigare, leggere i messaggi o gestire la posta elettronica. L’apertura delle e-mail da Mobile, ad esempio, è un fenomeno in rapida crescita. con punte del 65% e un valore medio pari al 48% (Fonte: The Digital Box 2016).

Oggi, grazie all'uso di app ma anche di soluzioni come i qr code, i tag NFC o i beacon, smartphone e tablet consentono al marketing di innestare formule di ingaggio in cui il brand propone una call to action e il consumatore ha di fronte diverse opzioni. Questo significa saper progettare il customer journey usando non soltanto una combinazione di tecnologie per innescare l'ingaggio, ma anche di pianificare un palinsesto strutturato di azioni e di servizi associati al percorso fisico e digitale del cliente che si muove in un'area dinamica costituita da uno spazio fisico (off line) e da un universo digitale (on line).

Il tutto partendo da un presupposto fondamentale: una comunicazione di successo mobile ha bisogno di un web responsive design. Il mobile marketing deve tenere conto delle nuove tecniche di progettazione dei siti, in modo da garantire che i contenuti si adattino automaticamente al dispositivo da cui vengono letti. Senza entrare nel dettaglio significa utilizzare degli HTML adeguati al device, altrimenti i messaggi, per quanto risolti e funzionali dal punto di vista della grafica e della comunicazione, risulteranno illeggibili. 

Dematerializzazione, anzi conservazione digitale dei documenti: le normative e i vantaggi in Italia /  by luca nogara

 

La dematerializzazione dei documenti non solo permette di risparmiare sulla carta, sull'inchiostro e sulle ore di lavoro delle persone che vanno e vengono dalle stampanti agli archivi e viceversa. È l'integrazione digitale a permettere di lavorare più efficacemente, aumentando la produttività individuale e aziendale

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In un mondo in cui la metà del nostro tempo la passiamo a guardare informazioni on line da qualsiasi dispositivo, parlare di gestione cartacea dei documenti sembra quasi un paradosso. Eppure, a dispetto di una digitalizzazione sempre più spinta, il mondo analogico rappresenta ancora un'entità immane di archivi e scaffali pieni di carta.

Alla luce delle tecnologie oggi disponibili, la gestione documentale tradizionale oggi è senza dubbio un processo irrazionale: scrivere, stampare, firmare, vidimare, spedire, fotocopiare/scansionare, archiviare, recuperare sono tutte attività che non solo richiedono tempo e risorse, ma sono anche soggette a un tasso di errore elevato.

Insomma, i vantaggi della dematerializzazione dei documenti sono ormai chiari a tutti.  La gestione digitale non solo permette di risparmiare sulla carta, sull'inchiostro e sulle ore di lavoro delle persone che vanno e vengono dalle scrivanie alle stampanti, dagli archivi alle scrivanie, ma permette agli impiegati di lavorare più velocemente e più efficacemente, aumentando la produttività individuale e aziendale. Non a caso nel 2016 il 40% degli investimenti delle aziende italiane sarà finalizzato a progetti di digitalizzazione e dematerializzazione (Fonte: Osservatori Digital Innovation 2015 - Politecnico di Milano).

 

E’ arrivato il regolamento europeo della Privacy. La tua azienda è pronta? /  by luca nogara

 ICT4Innovation può aiutare le aziende e le organizzazioni ad affrontare i nuovi requisiti

 

In data 14 aprile 2016 è stato approvato il Regolamento Europeo che in Italia sostituirà il Codice Privacy.
Il Regolamento entra in vigore entro 45 giorni dalla data di approvazione e le aziende avranno due anni di tempo per adeguarsi. Il regolamento sarà immediatamente esecutivo e quindi non richiederà la necessità di recepimento da parte degli Stati membri.
L’entrata in vigore di questo Regolamento permetterà che le stesse direttive siano contemporaneamente in vigore in tutti gli stati membri UE uniformandoli sotto un unico codice.Il Regolamento introduce nuove tutele a favore degli interessati, e nuovi obblighi a carico dei Titolari.Il Regolamento Europeo avrà anzitutto gli obiettivi di garantire:

 

  • una maggiore protezione dei dati, anche alla luce delle sempre nuove tecnologie digitali utilizzate per il loro trattamento e conservazione, allo stesso tempo semplificando alcune procedure, evitando una eccessiva burocratizzazione;
  • una maggiore armonizzazione normativa a livello dell'intera UE, evitando palesi discrepanze nella gestione dei dati, le quali comportano attualmente un evidente danno e disorientamento per gli utenti.


Le aziende e le organizzazioni in genere, pubbliche e private, saranno chiamate a:

  • formare e nominare il "Data Protection Officer - DPO" (ossia il “responsabile della protezione dati”): obbligatorio per le aziende private con trattamenti di dati particolari, nonché in tutte le pubbliche amministrazioni. Ulteriori informazioni sono disponibili sul sito del garante privacy. Maggiori informazioni qui
  • eseguire il "data protection impact assessment", ossia effettuare una valutazione complessiva dell'impatto-privacy all’interno dell’azienda o della pubblica amministrazione, che permetta di applicare idonee misure di sicurezza tecniche e organizzative, secondo le definizioni del nuovo Regolamento;
  • tenere il registro delle attività di trattamento; riguarda le aziende con più di 250 dipendenti o quelle che trattano dati particolari, comprese quelle piccole che svolgono servizi in outsourcing quali responsabili del trattamento (ad es.: gli installatori di sistemi di videosorveglianza);
  • notificare all'Autorità competente ed agli stessi utenti le violazioni dei dati personali (così detti “data breach”), avvenute al proprio interno (es. accessi abusivi, usi non consentiti, perdita di una “chiavetta”), entro un termine rapidissimo (72 ore dalla scoperta della violazione).
  • applicare il principio generale denominato "privacy by design", cioè la necessità di tenere in debito conto la privacy durante tutto il ciclo di vita dei dati, già dal momento della progettazione di un prodotto o servizio;
  • consentire agli interessati il "diritto all’oblio", ossia la possibilità di decidere quali informazioni possano continuare a circolare (in particolare nel mondo on-line) dopo un determinato periodo di tempo, fatte salve specifiche esigenze (ad esempio, per rispettare obblighi di legge);
  • consentire agli interessati il diritto alla "portabilità del dato" (ad es. nel caso in cui si intendesse trasferire i propri dati da un soggetto giuridico ad un altro, come nel cloud computing).

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Big Data analytics: uno strumento efficace anche per la sicurezza dei dati /  by luca nogara

 

Il 53% delle aziende che fanno uso di Big Data Analytics segnala un elevato beneficio in termini di business. Secondo il Business Application Research Center, le analitiche apportano un forte beneficio per il business e aiutano a migliorare la resilienza aziendale sul fronte della sicurezza informatica. Peccato che il livello di adozione sia ancora troppo basso

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Gli esperti ritengono che le Big Data Analytics siano uno strumento utile per consentire alle aziende di diventare più resistenti di fronte ai crescenti attacchi informatici.

“Secondo un recente sondaggio - ha spiegato Carsten Bange, fondatore e managing director del Business Application Research Center -  il 53% delle aziende che fanno uso di Big Data Analytics segnala un elevato beneficio in termini di business,  il 41% ha dichiarato di aver ottenuto un beneficio moderata, mentre solo il 6% ritiene di aver registrato pochi vantaggi”.

L’impiego delle Big Data Analytics

Gli esperti sottolineano come l'adozione di  Big Data Analytics si possa definire ancora relativamente bassa in generale, ma non nel segmento delle aziende più mature, pari al 13% del campione intervistato.Di queste, oltre due terzi (il 68%) ha dichiarato di aver già adottato tecnologie avanzate di Big Data Analytics per la sicurezza, come per esempio le analisi di comportamento degli utenti. Nel restante 87%, invece, solo il 27% ha implementato tecniche di analisi del comportamento degli utenti.

Uno strumento utile per la sicurezza IT

Le analisi dei Big Data possono aiutare a migliorare la resilienza aziendale sul fronte della sicurezza informatica: tenendo traccia del comportamento degli utenti in tutti i sistemi informatici, per esempio, permettono di rilevare anomalie e scostamenti significativi dal comportamento normale che potrebbero rappresentare indizi di potenziali attività dannose.

“Poter identificare i modelli di comportamento non è di certo una novità - sottoliena Bange -,la maggior parte delle tecniche di analisi sono utilizzate da trenta o quarant’anni. Ora però siamo in grado di applicarle a insiemi di dati estremamente grandi e su più sistemi informatici. Occorre informare le aziende sul fatto che ora esiste una tecnologia in grado di sostenere questo tipo di analisi che possono rivelarsi molto utili nel campo della sicurezza IT”.

Che cos'è la Unified Communication & Collaboration? Sono tecnologie diverse che servono /  by luca nogara

I fornitori la chiamano Unified Communication and Collaboration ma, in realtà, la comunicazione unificata per la maggior parte delle aziende è un insieme di tecnologie diverse a supporto di esigenze diverse: dalla telefonia IP alla videocomunicazione, dall'instant messaging alle chat, dalla posta elettronica alle piattaforme di file sharing. I trend e i numeri in Italia

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Che cosa è la Unified Communication and Collaboration? Non è una tecnologia, ma un'insieme di tecnologie. Soprattutto, è un modo di integrare l'innovazione digitale secondo un approccio che può davvero fare la differenza nella comunicazione intra e interaziedale.

L'UCC, infatti, è uno degli ultimi capitoli di quella digital transformation che ha coinvolto le aziende in un percorso di sviluppo a rilascio continuo. In estrema sintesi, la UCC è un'architettura di sistemi telematici che si avvale di mezzi diversi, fruiti attraverso un'unica interfaccia comune che consente di gestire in maniera coordinata il flusso di infomazioni (scritte, audio e video) che circolano dentro e fuori all'azienda.

Con l'avvento dei social media, infatti, la comunicazione integrata si è andata a potenziare ulteriormente, abbracciando i nuovi canali di condivisione inaugurati dai nuovi media collaborativi come, ad esempio, Skype a Whatsapp. Quali sono dunque le soluzioni che fanno parte dell'innovazione digitale che risponde alle tecnologie UCC?

Unified Communication and Collaboration: ubiqua, pervasiva e integrata

Nell'UCC convergono componenti diverse come l'Instant messaging (chat), la Telefonia IP, la videoconferenza così come altri strumenti di supporto complementari come la segreteria telefonica, l'e-mail, gli SMS o l'intramontabile fax. L’abitudine ad accedere e consultare in maniera indifferenziata le informazioni da dispositivi fissi e mobili, infatti, sta portando le aziende a ragionare di convergenza e le persone a vivere il lavoro in modalità bimodale: analogica e digitale. A contribuire a questa evoluzione sono senz’altro le soluzioni di collaborazione che oggi cortocircuitano fonia, connettività e sistemi di condivisione di file, immagini, audio e video in modalità sincronizzata (tramite File Sharing and Syncronization System). Gli analisti degli Osservatori Digital Innovation del Politecnico di Milano, ad esempio, hanno identificato i principali benefici dell'UCC, relativi a ciascuna dimensione, ovvero infrastrutture abilitanti, servizi applicativi, multicanalità di accesso, suddivisi in due macrocategorie:

  • Benefici tangibili associabili a indicatori misurabili come un risparmio dei costi di comunicazione o delle spese di viaggio, evidenziando quelli che sono stati effettivamente monetizzati (cioè tradotti in flussi finanziari)
  • Benefici intangibili o non direttamente quantificabili come, ad esempio, migliore gestione della conoscenza, miglioramento del clima aziendale, miglioramento della qualità relazionale

Che cos'è il Software-Defined Storage e perché cambia il significato alla governance /  by luca nogara

 

Virtualizzare informati, abbandonando la complessità dell'hardware per scegliere la via del software (e degli hypervisor). Nel caso della Storage Area Network l'approccio software-defined garantisce una scalabilità on demand e semplifica la gestione, offrendo una grande semplicità di utilizzo, flessibilità di implementazione e backup ottimizzati

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Parte integrante del DNA informatico aziendale, lo storage non riguarda soltanto la memorizzazione dei dati ma anche e soprattutto le logiche di archiviazione e di accesso sottese. A ben guardare, infatti, sono queste ultime a caratterizzare le varie epoche dello storage e il relativo impatto sui data center. Così se ieri il tormentone dei CIO erano le attività di BackUp, oggi le LOB (line of business) si ritrovano in vario modo a parlare di Big Data Management. Ma più ancora che la quantità di dati da dover gestire, la sfida è orientarsi nel mare magnum delle opzioni tecnologiche oggi a disposizione delle aziende.

 

Dai sistemi a nastro a quelli su disco, magnetici e ottici, dall'Object Storage Deviceall'approccio Solid State Drive basato su un uso intelligente della memoria Flash fino ad arrivare allo Storage Software Defined, le tecnologie di memorizzazione diversificano gli orizzonti dello sviluppo. Cosa cambia dall'una all'altra? In primis i tempi di latenza nell'accesso ai dati memorizzati. L'indisponibilità di un'informazione, nell'era del time to market, non è mai un buon indicatore di servizio per un data center. In pratica, non serve avere un ottimo sistema di archiviazione in termini di capacità e di sicurezza se poi i tempi di accesso alle informazioni sono lunghi.

Il mantra dello storage? Un'informazione veloce

La responsabilità cruciale degli IT manager aziendali è diventata saper gestire e distribuire con efficienza applicazioni e dati. Come? Là dove serve, garantendo anche performance di fruizione accettabili a seconda delle diverse tipologie di utenti, che sono in numero maggiore (addetti interni, mobile worker, utenti finali) rispetto a prima e che, grazie a una mobilità pervasiva e a una maggior disponibilità di banda, si connettono praticamente sempre e ovunque.

Risolvere lo storage e velocizzare i processi di archiviazione e di recupero dei dati, significa analizzare le infrastrutture esistenti e decidere il tipo di tecnologia da utilizzare, stabilendo il criterio con cui è possibile gestire ambienti fisici e ambienti virtuali in maniera assolutamente dinamica, a seconda delle esigenze. Capire quali sono i dati più richiesti in modo da impostare una prioritizzazione intelligente non è mai banale e gli strumenti automatici aiutano non poco a stabilire i criteri più adeguati.

Collaboration, Cloud ed ERP "unificato": le tre priorità dei CPO nel 2016 /  by luca nogara

Mentre il Procurement è conservatore per natura, il mondo delle imprese continua a evolversi trainata dall'innovazione tecnologica. La funzione acquisti è oggi chiamata a una scelta: essere modellata da questi cambiamenti o esserne partecipe in modo proattivo. Una survey di Procurement Leaders su 400 Responsabili Acquisti analizza i trend in atto

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Gli ingranaggi del sistema di Procurement tendono a girare lentamente e i nuovi trend rilevati non sempre hanno effetto immediato. È un mondo a due velocità in cui difficilmente si riesce a stare al passo con la digital transformation.

Il 2016 probabilmente non sarà un anno di rivoluzione, ma di cambiamento graduale e continuativo. Anche perchè ancora si riscontra una certa riluttanza ad adottare nuovi strumenti tecnologici all’interno della funzione acquisti. Per fortuna i CPO, pur con un atteggiamento conservatore, sono tra i principali sponsor dell’innovazione, se introdotta gradualmente. Chiaramente un simile atteggiamento può essere penalizzante per le aziende, che rischiano di perdere terreno rispetto ai competitor che giocano con convinzione la partita dell’innovazione.

Per capire meglio gli impatti che la trasformazione digitale ha sul processo di acquisto,Procurement Leaders ha condotto una survey su oltre 400 CPO e Responsabili Acquisti, per comprendere quale impatto hanno i nuovi trend tecnologici.

Innanzitutto è emerso che le aree di maggior interesse riguardano la gestione nei sistemi informativi dei processi di collaborazione, i sistemi ERP e il Cloud Computing.

FINANZIAMENTI PER LE AZIENDE /  by luca nogara

Nel 2013 con il “Decreto del fare”, nel 2015 all’interno della “Legge di stabilità” e ora con un decreto attuativo del 25 gennaio 2016, la norma “Beni strumentali – Nuova Sabatini” è alla sua terza edizione.

 

 

Si tratta di un’agevolazione introdotta dal Governo con il fine di stimolare la ripresa economica e che prevede la concessione di finanziamenti alle PMI per investimenti in beni strumentali d’impresa, tra cui anche hardware e software gestionale. A garanzia dei finanziamenti, che le imprese possono richiedere a banche o a società di leasing, vi è un plafond costituito presso la Cassa Depositi e Prestiti – CDP , nonché un contributo da parte del Ministero dello sviluppo economico. 

In ragione del suo indubbio successo, lo strumento è stato riproposto anche per il 2016 con pubblicazione su Gazzetta Ufficiale del D.I. 25 gennaio 2016, cioè del decreto attuativo delle misure di accesso al credito, che stabilisce anche le modalità di concessione ed erogazione delle agevolazioni.

PRINCIPALI NOVITÀ 2016 PER ACCEDERE AI FINANZIAMENTI

Tra le novità introdotte dalla Sabatini ter c’è innanzitutto la semplificazione delle modalità di accesso ai contributi.

La norma prevede infatti che i contributi a favore delle PMI possano essere concessi anche a fronte di finanziamenti erogati da banche e da società di leasing a valere su una provvista diversa dall’apposito plafond della CDP.

 In tal modo le aziende potranno scegliere la tipologia di finanziamento che presenta le condizioni più favorevoli.

 

ALTRE NOVITÀ IMPORTANTI DELL’ITER DA SEGUIRE SONO:

  1. la previsione di un’unica richiesta di prenotazione del contributo, da effettuarsi entro il 6 di ogni mese a cura di istituti di credito e/o società di leasing, direttamente al Ministero dello Sviluppo Economico - MISE, che ha il compito di verificare la disponibilità dei fondi
  2. compete solamente al legale rappresentante dell’impresa sottoscrivere la dichiarazione di ultimazione dell’investimento e la richiesta di erogazione della prima quota del contributo
  3. la revoca del contributo in caso di mancato rispetto dei termini - che si devono considerare perentori - relativi all’ultimazione dell’investimento e di trasmissione della richiesta di erogazione della prima quota.

Il finanziamento bancario o in leasing finanziario, cui è subordinato il riconoscimento del contributo da parte del Ministero, deve essere deliberato entro il 31 dicembre 2016 da una banca/intermediario finanziario aderente alla convenzione.

Si ricorda, infine, che le domande per l’accesso al credito possono essere presentate a decorrere dal prossimo 2 maggio 2016